Piersanti Mattarella 40 anni dopo, l’omicidio e il terrorismo mafioso

Il 6 gennaio del 1980 veniva ucciso davanti alla famiglia l’allora presidente della Sicilia, vicino ad Aldo Moro e fratello del futuro presidente della Repubblica. Un delitto che Licio Gelli definì ‘perfetto’. Per Giovanni Falcone, invece, fu un omicidio compiuto dai neofascisti su mandato della mafia per «interessi politici che dovevano rimanere segreti». I processi, però, hanno stabilito solo i mandanti assolvendo i Nar Fioravanti e Cavallini dall’accusa di essere gli assassini. Alcune tracce d’indagine mai seguite: dalla pistola usata, alle targhe dell’auto dei killer fino alle impronte. Il Pm Di Matteo: «Ancora possibile dare nome al sicario».

Quell’Epifania 1980 a Palermo

La mattina del 6 gennaio 1980, a casa Mattarella, al secondo piano di via della Libertà 147, nel racconto dell’amico Carmine Fotia. La famiglia, la moglie e Maria e Bernardo, i figli, per andare a messa. «Piersanti, che quel giorno aveva congedato la scorta, guida l’auto in retromarcia, si ferma per far salire le donne di casa mentre Bernardo chiude il garage». Pochi attimi ed è l’inferno. Il racconto della figlia Maria: «C’era la canna nera di una pistola diretta contro papà, sparava. Lui si è reclinato sulle gambe di mamma… Il killer ha fatto il giro della macchina e ha continuato a sparare dall’altra parte». E la storia, storia anche giudiziaria, si ferma lì, sul killer fantasma e sugli incubi degli allora ragazzi Maria e Bernardo, i nipoti del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Due anni dopo Aldo Moro

«L’assassinio di Piersanti Mattarella rappresenta uno spartiacque nella storia italiana. Per comprenderlo fino in fondo, però occorre fare un flashback di circa due anni. Il 1978 è un anno cruciale. Per l’Italia. Per la Sicilia. Ci sono destini che si compiono in quell’anno. Altri che imboccano strade senza ritorno», propone Carmine Fotia. Il 16 marzo, a Roma, le Br rapiscono Aldo Moro, alla vigilia del voto per il governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti con il sostegno del Pci, tenacemente costruito da Moro. Il 20 Marzo, quattro giorni dopo, a Palermo si insedia il governo regionale guidato da Piersanti Mattarella, l’uomo più vicino a Aldo Moro, con il sostegno del Pci siciliano guidato da Achille Occhetto.

Parallelismi siciliani

Leoluca Orlando, sindaco della Palermo della primavera antimafia, uno dei giovani intellettuali attorno a Piersanti, ricorda come il giorno del rapimento Moro, Piersanti Mattarella gli confidò: «Non si poteva colpire più in alto; si è mirato al cuore del nostro sistema democratico. È finita anche per me. È finita anche per noi». Poi, sempre in Sicilia, nel marzo del 1979 fu assassinato Michele Reina, segretario provinciale della Dc di fede andreottiana. Un personaggio certamente discutibile ma con un ruolo politico di rilievo. Ancora Mattarella a Orlando: «Lillo, la situazione è grave, molto più di quanto tu possa immaginare». Quella dell’omicidio Reina è un’altra ipotesi investigativa emersa di recente perché l’arma usata potrebbe essere la stessa del delitto Mattarella.

Intreccio mafia, politica, istituzioni

«L’intreccio mafia, politica e istituzioni che proprio in quegli anni compiva un vero salto di qualità». Leonardo Sciascia giudicò «anomale» per la mafia le modalità del delitto. La vedova Mattarella, Irma Chiazzese, seduta in macchina accanto al marito al momento dell’agguato, riconobbe come killer il neofascista Giusva Fioravanti, poi assolto dalla sentenza definitiva che condannò la cupola mafiosa come mandante del delitto. Sulla pista nera ora però sono state riaperte le indagini. Difficile capire se qualcosa emergerà a quarant’anni di distanza, «ma intanto la portata storica di quel delitto è ormai chiarissima». Carmine Fotia non ha paura a citare un altro personaggio storico molto discusso della Dc di allora ma a lungo ministro degli Interni Calogero Mannino.

Mafia anni ’80 nuovi ‘narcos’

«Con il delitto Mattarella la mafia, che nel frattempo acquisisce enormi ricchezze con il traffico della droga, manda a dire ad amici e nemici che tutti devono sottomettersi. Controllano il traffico della droga, non serve più il tradizionale rapporto con la politica, hanno bisogno, esattamente come i Narcos messicani, di controllare totalmente il territorio, le istituzioni, gli apparati investigativi». Poi furono Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa. In un biennio, Cosa Nostra assassina il capo della polizia, il capo della procura, due capi dell’ufficio istruzione, il leader dell’opposizione, il prefetto antimafia.

Un vero colpo di Stato

«Un vero e proprio colpo di stato che decapita le istituzioni, eliminando tutti coloro che si oppongono al potere mafioso. Infine, le stragi nelle quali cadono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non a caso annunciate dall’assassinio di Salvo Lima, il proconsole di Andreotti in Sicilia, assassinato perché non aveva mantenuto le promesse», annota ancora Carmine Fotia sul Manifesto. Nel decennale delle stragi di Capaci e via d’Amelio, gli assassini di Falcone e Borsellino, Andrea Camilleri disse : «Con loro sono cadute le nostri Torri Gemelle». Dall’assassinio di Piersanti Mattarella erano passati dodici anni: dopo, nessuno poteva più dire di non sapere.

Delitto perfetto e impunito

Il presidente della Repubblica, domenica ha visitato con figli e nipoti la tomba del fratello, ed è la cronaca da telegiornali. Ma i colpevoli del delitto Mattarella? «Alcuni delitti sono perfetti», disse nel 1989 Licio Gelli, il maestro venerabile della loggia P2. In realtà non è la solita storia di un omicidio senza colpevoli. I colpevoli sono gli stessi di tutte le mattanze siciliane, i mafiosi. Ma forse non soltanto loro. «Quella sul delitto Mattarella è un’indagine estremamente complessa, perché si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa», disse il 3 novembre del 1988 alla commissione Antimafia Giovanni Falcone.

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