• 19 Febbraio 2020

Dalla Somalia all’Iraq vecchie crisi crescono

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Dalla singole crisi alla ‘macro aree’

È come se fosse la nuova dottrina delle relazioni internazionali: le aree di crisi si saldano e diventano “macro-aree”. Così lo scontro titanico tra il fondamentalismo islamico e il resto del mondo, a cominciare dall’Occidente, si sposta di volta in volta dal Medio Oriente all’Asia Centrale, per approdare nel Sahel e finire nel Corno d’Africa. Sabato mattina a Mogadiscio è andata in scena l’ecatombe. Un camion bomba guidato da un Kamikaze è scoppiato a un check-point della capitale somala facendo una strage. I morti sarebbero una ottantina e i feriti non si contano. Gli autori? Sicuramente gli “Shabab”, i jihadisti che avevano fatto voto di osservanza della legge del Califfo aderendo alla multinazionale del terrore messa in piedi dall’Isis. La filiale somala fa il paio con quella nigeriana di Boko Haram , un’altra spina nel fianco dell’Occidente che rischia di far saltare per aria il super gigante africano. Con conseguenze catastrofiche sui flussi migratori.

Somalia, ideologia banditi e pirati

Tornando alla Somalia, la situazione si è incancrenita da oltre trent’anni. Le Corti Islamiche cacciate dal nord del paese si sono rifugiate a sud (zona di Chisimaio) e da lì lanciano attacchi e compiono sanguinosi attentati anche più a Sud e a Nord verso la capitale. Il problema di fondo è sempre lo stesso: i miliziani islamici sono un arcipelago in cui è difficile trovare un interlocutore affidabile per imbastire qualsiasi trattativa. Anzi, spesso gli stessi miliziani fondamentalisti si sparano tra di loro e, alla vera e propria guerra di religione, si sommano quelli che potremmo definire ‘secolari conflitti tribali’. Il rebus del fondamentalismo somalo è proprio questo, è una via di mezzo tra fanatici che si sono dati una verniciata di religione, banditi di strada e gruppi violenti di diverse etnie che cercano di destabilizzare tutto quello che toccano. Volete la tranquillità? Pagatevela. Tra l’altro, l’aria di crisi di cui stiamo parlando è pericolosamente vicina alla regione dell’Oceano Indiano che fa da base ai pirati che operano nell’area del Golfo di Aden e dello Stretto di Bab-el-Mandeb.

Post e Neo colonizzazione

Anche qui la decolonizzazione è stata disastrosa e ha aperto la strada a pericolose ingerenze di diversa provenienza. Figuratevi che i russi avevano una base per sottomarini nucleari dalle parti di Berbera, prima di scapparsene a gambe levate. Nè ha contribuito a rasserenare la situazione il secolare conflitto con l’Etiopia nella polverosa area dell’Ogaden, regione abitata da sventurati pastori, una pietraia buona solo per gli scorpioni. Parlavamo di macro-aree di crisi. Bene, quanto accaduto in Somalia, fa il paio con quello che quotidianamente si verifica in Medio Oriente.

Falsa bandiera e soldati col trucco

Una volta la politica estera si faceva “mostrando la bandiera”. Oggi, meno si schiaffano in faccia agli altri le proprie insegne e più ne guadagna la privacy domestica. Insomma, a fare le cose sottobanco si fabbricano meno rogne, per non dare conto e ragione all’opinione pubblica. È questa la storia dei contractor americani e dei contractor di tutte le bandiere in Medio Oriente. L’argomento è ridiventato di scottante attualità dopo che un consigliere militare americano (sarebbe sbagliato definirlo mercenario) è stato ucciso in Irak come ha confermato la tv locale Al-Arabja. Trump vuole dare l’impressione di disimpegnare le sue truppe dall’Irak alla Siria. Ne ha bisogno per raschiare il fondo del barile dei consensi nell’anno in cui si gioca il secondo mandato.

‘Consiglieri militari’ per tutti

Per questo ritira soldati e spedisce “consiglieri militari”, cioè contractor lautamente pagati, professionalmente preparati e che soprattutto non fanno rumore quando vengono ammazzati. Tra le società fornitrici più famose (si fa per dire) c’è la Black Water, che detto per inciso, in Irak, nel 2011, sembra ne abbia combinate di cotte e di crude, essendo stata accusata di avere fatto sparare sui civili senza tanti scrupoli. Il suo Chairman, Erik Prince, un ex “Navy Seal”, ha dichiarato a Fox Business di essere pronto a sostenere la ritirata strategica di Trump, colmando il vuoto sul campo con i suoi uomini. Potrebbe essere questa la soluzione che mette tutti d’accordo.

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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