• 26 Febbraio 2020

Brasile, impunità a sbirri assassini dono natalizio di Bolsonaro

Stragi nelle favelas brasiliane

«Non ci siamo dimenticati di te e di ciò che hai fatto. Il prossimo Natale non lo festeggerai con la famiglia ma con il diavolo». L’ultima minaccia è arrivata, come al solito, via Facebook, racconta Lucia Capuzzi su Avvenire. «Al pari delle altre, non si è trattato, però, di uno scherzo di cattivo gusto. Tanto che, per la prima volta, Vanderley Da Cunha sta pensando di lasciare la favela di Acarí, baraccopoli di 42mila persone nel nord di Rio de Janeiro. Là è nato e cresciuto e là, da 25 anni, cerca, con il calcio, di tenere i bambini e adolescenti lontani dalle gang».

Vanderley Da Cunha

«Derley», come lo chiamano, poeta autodidatta, non abita più ad Acarí ma ospite di amici, in un luogo segreto. Nella favela, però, dai “suoi” ragazzi, l’attivista torna spesso. «Cerco di andare almeno una volta alla settimana. Ma solo quando non ci sono “operazioni”». Ovvero quando la polizia non è presente. È della polizia che ha paura Derley, e non della criminalità del sopravvivere nella Favela. Eppure lui non ha commesso crimini. «Ho fatto di peggio. Ho creato l’associazione Fala Acarí per aiutare le famiglie a denunciare esecuzioni extragiudiziali commesse dalle forze dell’ordine. E continuo farlo. Specie ora che la violenza degli agenti è diventata endemica».

Assassini e razzisti di Stato

Tra gennaio e ottobre -leggiamo su Avvenire- la polizia ha ucciso 1.546 persone nello Stato di Rio, il record degli ultimi 21 anni, in media cinque al giorno, un terzo del totale degli omicidi. Le morti sono avvenute, tranne rarissime eccezioni, nelle favelas, ufficialmente per «legittima difesa».  In realtà, da sempre, le principali organizzazioni per i diritti umani – Amnesty international a Human rights watch – denunciano i metodi “sbrigativi” delle forze dell’ordine durante i blitz: «ammazza e fuggi», come li chiamano i brasiliani nelle baraccopoli. La situazione è peggiorata quest’anno, con l’entrata in carica del governatore Wilson Witzel, dello stesso partito del presidente dell’ultradestra Jair Bolsonaro.

I tre quarti delle vittime sono nere tra i 14 e i 29 anni

Governatore ammazzatutti, in realtà con una selezione molto precisa dei bersagli, quella di Wilson Witzel. Ex militare e giudice (peggio di Sergio Moro, premiato come ministro dopo avere forzato la condanna a Lula), il leader ha fatto della lotta senza quartiere alla delinquenza il suo manifesto politico modello Far West nord americano. Con disposizioni ai suoi sbirri molto nette: «con un bandito armato la polizia sa che cosa fare: mirare alla testa e sparare», e «peccato non poter lanciare missili». Se guardi il dettagli di tante severità, scopri che tre quarti delle vittime sono nere e hanno tra i 14 e i 29 anni. Qualcuno crede sia soltanto un caso? E a maggio il governatore si è fatto riprendere a bordo di un elicottero, insieme a un cecchino incaricato di dare copertura aerea alla polizia in una favela.

‘Effetti collaterali’

Tanti, troppo «effetti collaterali», come vengono chiamate le vittime innocenti, tra cui sei bambini morti finora. Witzel ha anche revocato l’obbligo per le forze dell’ordine di effettuare operazioni solo di giorno e accompagnati da ambulanze. La politica “muscolare” contro il crimine è valsa al governatore il soprannome di “Duterte brasiliano”. Assieme ad una indagine della Corte Suprema, iniziata il 5 dicembre. E la forte denuncia della Pastorale delle favelas della Chiesa. Ma ecco che il giorno di Natale, il presidente ha concesso l’indulto ai poliziotti e ai militari colpevoli di «uso sproporzionato della forza». Strategia Bolsonaro-Witzel, stessa visione di giustizia e valore della vita umana (Bolsonaro e il suo nuovo partito con nome scritti con pallottole calibro 38). Sintesi del nuovo corso dell’altra destra, «Un agente che non uccide non è un agente».

Nel resto del Paese non va meglio

A San Paolo -sempre Lucia Capuzzi- le persone uccise dalla polizia sono cresciute dell’11,5 per cento nei primi sei mesi dell’anno. «La violenza della polizia non è una novità. Ora, però, viene “legittimata” dalle istituzioni – spiega Dario de Souza, sociologo dell’Università statale di Rio de Janeiro –. Gli abitanti delle favelas sono ostaggio e non alleati del crimine, che si rifugia nelle baraccopoli a causa dell’assenza dello Stato. È questo il nodo da affrontare». Tra il 2008 e il 2015, Rio aveva cercato di ‘governare’ le favelas con la ‘polizia di pace’, unità presenti giorno e notte nelle baraccopoli. Esperimento archiviato per la crisi. E si è tornati al “grilletto facile”. Vanderley Da Cunha: «So di essere un bersaglio. Lo sono dal 2017, quando abbiamo fatto arrivare a processo un caso. Avevo chiesto aiuto alla consigliera Marielle Franco. Quando l’hanno uccisa, ho capito che dovevo nascondermi. Ho perso tutto: il lavoro, la famiglia che vedo sempre meno. Ma voglio restare vivo e continuare a lottare per Acarí».

rem

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