• 27 Febbraio 2020

5600 militari italiani per il mondo e quei droni Nato a Sigonella

L’Italia in mimetica nel mondo

La crisi libica che esalta le difficoltà politico diplomatiche dell’Italia nell’ex ‘Mare Nostrum’, nuovi protagonisti anche militari nel Mediterraneo, e l’Italia armata dispersa per il mondo in missioni difficili persino da ricordare, oltre che capire. Il ministro della difesa Guerini in visita a una delle missioni italiane nel mondo, in Iraq quest’anno, a tentare di dirci che quella missione in Kurdistan, ai margini delle violenze cha dilaniano l’Iraq, è cosa ‘buona e giusta’. Difficile per lui sostenerlo e per noi a crederci visto ciò che il blocco occidentale e guida Usa ha fatto ai curdi siriani traditi, e ciò che sta facendo la Turchia ancora Nato sempre in Siria, nel Rojava ex curdo, e spesso anche con raid nel kurdistan iracheno dove noi italiani dovremmo istruire i peshmerga curdi, i ‘cugini’ dei curdi che hanno combattuto e vinto le milizie del Califfo. E provare a insegnare alle forze di sicurezza irachene a  fare ‘ordine pubblico’ senza massacrare chi protesta. La politica corre veloce, gli scenari mutano col ritmo di uno spot televisivo, ma le missioni militari (almeno quelle italiane) si muovono alla velocità dei dinosauri.

Dove, come e per cosa

34 missioni internazionali in 23 paesi che la maggior parte di noi neppure sa che esistono. La missione più numerosa quella dei 1.100 soldati nel Libano del sud. Interposizione impegnativa e  utile, fin che Israele non decida di farsi gli affari suoi dal Golan a scendere contro gli Hezbollah del Libano. Poi la missione dove il ministro è andato in visita. Più di 1000 soldati italiani di cui abbiamo già detto, ma non solo nella pacifica Erat (agli inizi di novembre cinque soldati italiani sono rimasti gravemente feriti nella zona di Kirkuk), ma anche nella tormentata Baghdad, in azione antiterrorismo. Ma è l’Afghanistan il cruccio reale, l’assurdo, per molti lo scandalo: 800 militari concentrati soprattutto ad Herat. Missione ad uso esclusivo americano, ora che gli stessi statunitensi vorrebbero tornarsene e casa, stando alle dichiarazioni altalenanti del presidente Trottola. Oltre 530 soldati sono inoltre basati a Pristina per garantire la pacificazione del Kosovo. Ormai si saranno fatti famiglie alternative a star lì a fare da testimoni di una vigilanza Europea e di una legalità Eulex tra ilarità e rabbia. «Vorremmo rafforzare il nostro contributo nel Sahel», dice Guarini, e sembrerebbe ragionevole, se da altri luoghi decisamente improbabili qualcuno torna a casa.

Missioni, parlamento e la ‘nostra Africa’

Durante l’estate il Parlamento ha approvato le missioni in corso.  «Autorizzazione e proroga missioni internazionali nell’anno 2019, la consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità». Per fortuna, nel corso di una missione, vengono infatti impiegati meno uomini del numero massimo possibile. Ma guardiamo alla nostra ‘quarta sponda’, la tormentata Africa della disperazione e delle guerre che producono profughi in fuga. In Africa nel 2019 l’Italia prevedeva di impiegare al massimo 1.517 soldati, in 18 diverse missioni. Il contingente più numeroso, 533 uomini, in Somalia. Il grosso delle forze (407 uomini) nell’operazione navale Eunavfor Atalanta, per il contrasto alla pirateria. Altri 429 militari italiani sono poi impegnati in Libia, e in Niger 100 attuali, potenzialmente a crescere sino a 290. Nessun dato, ovviamente, sui militari italiani in ‘prestito ‘ai servizi segreti, all’Aise, senza divisa ma con l’ombrello normativo da agenti dei servizi segreti.

Sigonella, dove volano i droni Nato

A completare per oggi lo scenario poco natalizio dell’Italia in armi, un interessante spunto di  Maurizio Caprara sul Corriere della Sera sui droni, potenziali aerei killer, nella base siciliana di Sigonella. «Possono volare a 18 chilometri dal suolo, quasi il doppio rispetto agli aerei di linea. Talmente in alto da essere indifferenti al maltempo. Riescono a vedere fino a duecento chilometri di distanza dal punto di volo, una lunghezza pari all’incirca al percorso tra Roma e Napoli e in linea d’aria maggiore». E ora scopriamo che Sigonella ‘senza pilota’cresce. Due droni Rq-4D arrivati dopo 22 ore di volo dalla California, e altri tre nel 2020. Per adesso solo perlustrazioni negli spazi aerei dei 29 Paesi dell’Alleanza Atlantica, ci dicono, ma nessuno ci crede veramente. «È chiaro tuttavia che in caso di tensioni internazionali o di guerre si spingerebbero oltre», considera Caprara. E con ‘una vista di duecento chilometri’, si può guardare tutta la parte settentrionale della Libia. «E qualcosa di simile può avvenire dall’Europa dell’Est verso la Russia».

Zitti zitti a non dare nell’occhio

Segreto impossibile, e allora alleggerire la portate militare sui cambiamenti. E scopriamo dal Corriere che la ‘Alliance ground surveillance main operating base’, la Principale base operativa per la sorveglianza dell’Alleanza su territorio, è ‘cosa nostra’. Anche se le informazioni che ricaverà saranno utilizzabili da ogni alleato, i ‘soci dell’impresa’, 15 Stati della Nato con in testa ovviamente gli Stati Uniti e tutti i Pazesi con paure post sovietiche nei confronti della Russia. L’intero sistema Ags è costato dal 2015 circa un miliardo e 350 milioni di euro. 350 anche gli addetti della base, comanda un generale americano, vicecomandante italiano. Dubbi politici e tecnici alla spalle. «Se ne discute da oltre vent’anni e l’entrata in funzione del sistema era prevista nel 2017», dichiarano a Caprara. Ad esempio la certificazione necessaria per la rete dei due aerei a pilotaggio remoto da poco in Sicilia. «Stati Uniti e Regno Unito dispongono di droni analoghi. Nella Nato si sostiene di essere impegnati nel costruire una rete senza pari per modernità e articolazione. La Russia e la Cina di certo se la studieranno bene, mentre a Sigonella ruspe e operai continuano a costruire gli spazi per i prossimi tre ‘Nato Rq-4D’».

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