Libia ottomana, i Bey locali, i pirati, l’assaggio Usa e l’Italia fascista

Il potere dei giannizzeri

Agli inizi del XVI secolo la costa libica non era ancora soggetta ad alcuna autorità centrale. Per fare cessare le scorribande dei pirati la Spagna ne occupò temporaneamente alcuni tratti, ma nel 1528 cedette Tripoli all’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni che già occupava l’isola di Malta, posizione della massima importanza per il controllo del Mediterraneo. Il dominio dei Cavalieri di Malta fu però di breve durata: dopo le incursioni del corsaro Kayar al-din, conosciuto anche come «Barbarossa», e che in seguito divenne ammiraglio ottomano, la popolazione locale salutò con simpatia l’insediamento dell’impero turco nel 1551 sperando anche in un buon governo che la proteggesse dai pirati. Tutto il Maghreb, comprese quindi Algeria e Tunisia, era diventato  provincia ottomana e nelle città di Tripoli, Algeri e Tunisi furono insediati dei pascià nominati direttamente dalla Sublime porta, ovvero da Costantinopoli. In realtà il potere dei pascià sulla provincia fu più formale che sostanziale: sino a metà Ottocento, prima che nell’impero ottomano si formasse un embrione di amministrazione statale relativamente moderna e organizzata, il potere vero risiedette saldamente nelle mani dei giannizzeri e dei bey locali, poco disposti a cederlo ad altri e decisamente restii ad altri cambiamenti.

Fallimento delle riforme

Agli inizi del Settecento in Libia si affermò una dinastia regnante locale: nel 1711 infatti Ahmed Karamanli, ufficiale dell’esercito turco, dopo aver rimosso (e ucciso) il governatore ottomano, assunse il potere. La dinastia così fondata durò all’incirca fino alla metà dell’Ottocento e si distinse per la grande disinvoltura con cui intrecciò commerci di ogni tipo e pirateria. Quando però nel 1801 Yusuf Karamanli pretese di alzare il ‘prezzo della protezione’ alle navi americane che frequentavano i porti della costa, la reazione di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, fu molto decisa: una spedizione navale (la prima in Mediterraneo  nella storia della marina degli Stati Uniti) mise il blocco navale al porto di Tripoli e sconfisse i pirati. Seguì una seconda guerra nel corso della quale furono regolati i conti  anche con i bey di Tunisi e Algeri che più o meno si erano comportati nello stesso modo. Nel frattempo nella seconda metà dell’Ottocento cominciò una stagione di riforme all’interno dell’impero, ma a parte la cronica mancanza di risorse per le trasformazioni, la burocrazia imperiale rimase inefficiente e corrotta.

I Senussi

Minato dalle difficoltà interne (soprattutto finanziarie) e dalla pressione delle potenze occidentali, l’impero ottomano perse lentamente il suo ruolo e i suoi territori. Se un tempo aveva controllato la parte maggiore dei Balcani e – praticamente senza soluzione di continuità – tutta la sponda sud del Mediterraneo dalle coste siriane allo stretto di Gibilterra, alla fine dell’Ottocento Algeria e Tunisia erano perdute e passate sotto il controllo francese, mentre l’Egitto era entrato nella sfera di influenza inglese. Restava dunque solo la Libia, provincia all’epoca non florida e più volte agitata dalla rivolta dei Senussi, che nel 1911 fu occupata dall’Italia. Finita infatti la dinastia Karamanli, sulla scena interna della Libia si era affacciata una confraternita religiosa di ispirazione sufi (una corrente mistica dell’islam) fondata da Muhammad ibn Ali as-Senussi e che aveva assunto il controllo della parte interna e delle vie carovaniere. Più pericolosa dell’ostacolo ai commerci era stata tuttavia la simpatia della confraternita nei confronti della rivolta del Mahadi che aveva provocato un pesante intervento turco spintosi fino all’oasi di Kufra nella parte sud orientale della Libia.

Occupazione italiana e prima guerra mondiale

Nonostante  il trattato di pace del 1912, di fatto le ostilità in Libia non cessarono e, guidati da ufficiali turchi, migliaia di libici si opposero all’occupazione italiana combattendo un’insidiosa guerriglia. La situazione divenne seria con lo scoppio della Prima Guerra mondiale e il successivo intervento italiano perché si dovettero trasferire in Italia molte forze che presidiavano l’interno e rimasero solo presidi nelle località costiere. Tra il gennaio 1915 e il novembre 1918 si combatté infatti una guerra su scala ridotta a cavallo del confine con l’Egitto: ai libici già comandati da ufficiali ottomani si aggiunsero consiglieri militari tedeschi, mentre cominciarono a collaborare tra loro italiani e inglesi. Il paradosso fu che i libici, tra tutte le popolazioni arabe, furono forse gli unici a non aderire alla rivolta contro i turchi sostenuta dagli inglesi rimanendo invece fedeli al sultano. Benché questi episodi bellici siano poco ricordati il bilancio delle perdite fu tutt’altro che trascurabile. Oltre alle perdite già subite nella campagna del Sinai e della Palestina, gli inglesi ne ebbero numerose altre e anche gli italiani – sebbene non esista una specifica fonte ufficiale –, tra morti e feriti, ne lamentarono circa duemila.

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