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mercoledì 29 Gennaio 2020

Iraq, violenza e repressione peggio di Saddam e quelle granate serbe

Minacce, sparizioni forzate e violenze: giro di vite in Iraq su attivisti e giornalisti. Due mesi da quando piazza Tahrir a Bagdad è diventata il simbolo della rivolta dei giovani iracheni contro il governo. La repressione del governo non si placa ma neanche le proteste. Le piazze restano piene giorno e notte.

Sperando sia solo galera

Un lungo elenco di giovani attivisti desaparecidos in Iraq. Sperando siano solo galera e botte. «Secondo l’agenzia internazionale AFP -denuncia Sara Manisera su Repubblica-, solo lo scorso venerdì, nella zona di Al-Sinek, non molto distante da piazza Tahrir, circa 80 manifestanti sono stati rapiti da uomini armati non identificati ma solo una trentina sono quelli rilasciati». Le milizie mascherate degli assassini al servizio di chi sa quale padrone. Pensare che tra le molte ragioni delle proteste che non si fermano, anche la fine delle interferenze straniere nel Paese e la riforma di un intero sistema politico settario a sedici anni di distanza dall’invasione statunitense.

Sedici anni dalla vergogna Usa

2003, la guerra vergogna per le armi di distruzione di massa inesistenti assieme alla informazione embedded. Di fronte alle proteste pacifiche partite da Baghdad e ormai diffuse in quasi tutto l’Iraq, esclusa la parte curda, le forze di sicurezza hanno reagito violentemente, arrivando a sparare sulla folla con proiettili veri e l’uso indiscriminato e micidiale di gas lacrimogeni. «Secondo i dati raccolti dall’AFP, i morti sono più di 450 i morti e oltre 20 mila i feriti, attribuiti a forze di sicurezza e milizie lealiste filo-iraniane, presenti in Iraq. Manifestanti, attivisti, giornalisti e fotografi scompaiono o sono uccisi quasi quotidianamente da quando sono scoppiate le mobilitazioni popolari».

Poi i killer e gli assassìni mirati

«L’attivista della società civile Ali Najm Allami, 48 anni, dell’Iraqi Writers Union e del Partito Comunista iracheno è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da sicari a Baghdad due giorni fa. Il 6 dicembre il giovane fotografo Zaid Al-Khafaji, impegnato a documentare le proteste sui social media, è stato rapito davanti casa. Per Reporters Without Borders, due i giornalisti spariti e tre quelli uccisi dall’inizio delle proteste. Come denunciano le Nazioni Unite, «questi atti contribuiscono a creare un clima di rabbia e di paura». «Lo spettro di una guerra civile incombe sull’Iraq, anche se i cittadini iracheni, uniti in piazza senza divisioni etniche e confessionali, lo ribadiscono, ‘Vogliamo la caduta del regime, non un altro conflitto’».

Dalla Serbia le granate che uccidono

Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini di Amnesty sul Corriere della sera invece denunciano i risultato di un accordo semisegreto tra Serbia e Iraq del 2008. Una inchiesta della Rete del giornalismo investigativo dei Balcani ha rivelato che parte delle granate di gas lacrimogeno usate dalle forze di sicurezza irachene contro i manifestanti fanno parte delle forniture da quell’accordo, oltre a quelle che arrivano dall’Iran. «Almeno 20 degli oltre 430 manifestanti morti in Iraq da ottobre sono stati uccisi da quelle granate, sparate ad altezza d’uomo e di una potenza tale da fracassare il cranio delle persone colpite». Prodotte per uso militare, il loro peso e la loro velocità moltiplicano l’effetto dell’impatto. Bugiardo il ministro della Difesa Najah al-Shammari, che aveva incolpato una misteriosa “terza parte” di voler far cadere il governo e alimentare l’instabilità.

AVEVAMO DETTO

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