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mercoledì 29 Gennaio 2020

Piazza Fontana, l’Italia violata da bombe nere e segreti

Piazza Fontana: 50 anni di nebbia attorno alla strage. Il 12 dicembre 1969 un ordigno esplode nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Il bilancio finale sarà di 17 vittime e 88 feriti, dando il via agli anni della strategia della tensione e del terrorismo neofascista in Italia.

Piazza Fontana, 50 anni di nebbia

Strage di Piazza Fontana, il primo degli attacchi che scuoteranno il paese fino agli anni ’80. Mezzo secolo dopo, esistono dei responsabili ma non ci sono state condanne: gli ispiratori della strage, neofascisti provenienti da una cellula di Padova, sono stati ritenuti «non processabili» perché erano già stati «irrevocabilmente assolti dalla Corte d’assise d’appello di Bari» per lo stesso reato.

Nebbia fitta quel giorno a Milano

1 Faceva freddo e c’era una nebbia fitta a Milano alle 16 e 37 del 12 dicembre del 1969, quando una bomba esplosa nella Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano causò 17 morti e oltre 80 feriti. La nebbia fitta di quel giorno ha continuato da avvolgere tutti i sette processi che si sono celebrati (tre le inchieste) e che non hanno mai portato ad alcuna sanzione delle responsabilità personale di esecutori, mandanti e depistatori più o meno noti ma non colpiti da sentenza.

2Una vicenda giudiziaria che ebbe fine nel 2005, quando la Cassazione la chiuse con un’assoluzione generalizzata degli imputati presi in esame dall’indagine scaturita negli anni ’90 dal lavoro sulle “Trame nere” dell’allora giudice istruttore Guido Salvini che di recente ha anche pubblicato un libro dal titolo emblematico: “La maledizione di Piazza Fontana’. Una “maledizione” che cominciò subito dopo l’attentato, con la pessima idea (solo pessima idea?) di far brillare un altro ordigno inesploso nella sede dalla Banca commerciale italiana di piazza della Scala, disperdendo elementi utili alle indagini.

3 Da subito le indagini sulla pista anarchica, l’arresto del ballerino Pietro Valpreda, frettolosamente o dolosamente individuato come autore della strage e che sarà assolto nel 1985 dopo un lungo calvario giudiziario; il 15 dicembre la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli precipitato dal quarto piano della questura durante un interrogatorio con l’allora commissario Calabresi.  Qualche tempo dopo la pista nera con le indagini su elementi di Ordine Nuovo padovani e l’incriminazione di Giovanni Ventura e dell’editore ‘nazimaoista’ Franco Freda. Poi lo choc, la decisione vergognosa di trasferire il processo da Milano a Roma, da Roma nuovamente nel capoluogo lombardo e infine a Catanzaro.

4 Risultato: assolti sia Valpreda, sia i neofascisti. Negli anni ’90, si fanno avanti i primi pentiti: l’armiere di Ordine nuovo in Triveneto, Carlo Digilio e il militante di Mestre Martino Siciliano. Raccontano di riunioni preparatorie agli attentati culminati con quello di piazza Fontana, forniscono dettegli su esplosivi, congegni, sulle cellule padovane e mestrine di On e sui milanesi del gruppo La Fenice. L’inchiesta sfocia in un processo nel 2000. Imputati l’ordinovista Delfo Zorzi, ormai ricco imprenditore della moda in Giappone, il medico veneziano Carlo Maria Maggi a capo di ON, Giancarlo Rognoni, capo del gruppo milanese La Fenice, Roberto Tringali, accusato di favoreggiamento e lo stesso Digilio.

5 Alla fine ergastolo per Zorzi, Maggi e Rognoni, mentre per Digilio scatta la prescrizione. Tre anni dopo la doccia fredda per i famigliari delle vittime. In appello fioccano le assoluzioni. Digilio non credibile e la ritrattazione di Siciliano, ‘comprata’ da Zorzi. Il 3 maggio del 2005 di nuovo la parola fine. Gli imputati assolti definitivamente anche se i giudici della Suprema Corte, nelle motivazioni, confermano il quadro emerso dalle indagini e come gli attentati fossero opera di Ordine nuovo. Di più: la Corte ritiene che debba darsi una risposta “positiva al giudizio di responsabilità di Freda e Ventura per “la strage di Piazza Fontana e gli altri attentati commessi quel giorno”. Ma Freda e Ventura non sono però giudicabili in quanto già processati e assolti in via definitiva per gli stessi fatti.

Un’ulteriore beffa, quella del pagamento delle spese processuali a carico dei parenti delle vittime. Decisione ‘sanata’ dalla Presidenza del Consiglio che si era costituita parte civile e aveva provveduto al pagamento.

Oltre Valpreda l’anarchico Pinelli

Le indagini sulla strage si succedono per quasi 40 anni. Da subito e quasi esclusivamente le indagini puntano sulla cosiddetta pista anarchica, con una serie di fermi in due circoli: il Circolo anarchico ponte della Ghisolfa di Milano e il Circolo 22 Marzo di Roma.
Al primo appartiene Giuseppe «Pino» Pinelli, un ferroviere milanese, già staffetta partigiana durante la Resistenza. Pinelli, sposato e padre di due figlie, viene condotto in questura il 12 dicembre. Tre giorni dopo il fermo, in una pausa degli interrogatori condotti dal commissario Luigi Calabresi, muore precipitando dal quarto piano della questura.
Le autorità rubricano il suo decesso come un «suicidio», scatenando un clima di tensioni che porterà a un isolamento sempre maggiore della figura di Calabresi. Il commissario viene assassinato con due colpi di pistola alle spalle il 17 maggio 1972. .

Al circolo 22 Marzo appartiene Piero Valpreda, un ballerino 36enne con alcuni precedenti penali e la fama di testa calda. Valpreda viene arrestato il 15 dicembre 1969, “incastrato” da quella che viene ritenuta allora una testimonianza decisiva: un tassista, Cornelio Rolandi,  sostiene di aver caricato sulla sua vettura un uomo che assomigli a Valpreda, lasciandolo a pochi metri dalla Banca nazionale dell’agricoltura. Un percorso in taxi di 100 metri! Valpreda rimase nel carcere di Regina Coeli per più di 3 anni. Dopo il lungo iter giudiziario (annullamento in Cassazione, assoluzione in appello), dopo 18 anni la Cassazione conferma l’assoluzione di Valpreda, anche l’innocenza del deceduto Pinelli.

Stragi e Segreto di Stato, 5 anni fa un’illusione

Aprile 2014. Desecretati dal governo i documenti sulle stragi di 20, 30, 50 anni fa. Qualcuno può credere che sulla strage di Piazza Fontana -per citare la più nota tra tutte le ferite alla nostra democrazia- sia mai esistito un documento che raccontava la verità su quella bomba?

Desecretare a segreto morto

La decisione della presidenza del Consiglio sulle stragi è certamente una notizia di peso, idealmente positiva. Che togliere il segreto sia un fatto buono e giusto è fuori di discussione: andava fatta prima. Che tutto ciò sia destinato a produrre effetti sulla memoria storica del Paese restano forti dubbi sulla base di quanto detto sopra.

L’ingenuità non è concessa

L’ingenuità non è concessa: crederci è solo malafede. Le strutture che eventualmente depistarono la ricerca della verità non avrebbero elaborato da subito le bugie necessarie a costruire la loro ‘verità stabilita a tavolino’? Che verità potrebbe venire dai segreti posseduti da Servizi Segreti deviati o incapaci? Ancora, qual’è il meccanismo del Segreto di Stato e quanto esso avvicina o allontana da una ipotetica verità?

Archivi ufficiali e quelli ‘privati’

Quando al Tg1 mi occupavo di giornalismo investigativo ho avuto modo di conoscere l’allora famigerato Capitano La Bruna, del Sid, e di avere accesso a un suo personale archivio di “veline”. Cartaccia e tanto pettegolume: “sembra, si dice, ci riferiscono, fonti vicine, fonti riservate, eccetera eccetera. Io scaricai La Bruna. Per gli archivi dello Stato probabilmente parte troveremmo parte di quegli degli stessi documenti che documentano poco o nulla, o peggio, depistano.

Occultamento per ‘innondazione’

Con il nuovo provvedimento del governo, le centinaia di faldoni contenenti tutte (?) le carte in qualche modo collegate alle stragi che verranno ora “aperte al pubblico”. Tutte le carte, comprese quelle che riportano “soffiate” raccolte da informatori o fornite da servizi segreti amici o alleati e che poi non hanno trovato alcun riscontro nelle indagini di polizia giudiziaria. Una valanga di carta sostanzialmente inutile in gran parte già stata vagliata dalla magistratura

La maledizione di Piazza Fontana

 “Se un nuovo processo venisse celebrato oggi, con i dati contenuti in questo libro, è probabile che i responsabili della strage di piazza Fontana avrebbero tutti o quasi un nome.”

“In Argentina Giovanni Ventura mi ha confidato che Delfo Zorzi ha partecipato all’operazione di piazza Fontana. La cellula di Padova aveva un deposito di armi ed esplosivi, mai scoperto, in un casolare di campagna alla periferia di Treviso”.
Giampaolo Stimamiglio, ex ordinovista di Verona

“I dettagli del piano erano certamente noti ai massimi vertici politici, in Italia come negli Stati Uniti.”
Gianadelio Maletti, ex numero due del Sid

Giugno 2005: la Corte di cassazione conferma l’assoluzione degli ultimi neofascisti imputati per la strage del 12 dicembre 1969. Settembre 2008: il giudice Guido Salvini, autore dell’istruttoria che ha portato all’ultimo processo sulla strage, riceve la lettera di un ex ordinovista padovano. “La prego contattarmi personalmente – recita – per novità su piazza Fontana.” è il primo passo di una lunga e puntigliosa inchiesta privata che in questo libro, scritto con la collaborazione del giornalista Andrea Sceresini, è raccontata e resa pubblica per la prima volta. Una vera e propria ricerca degli uomini di piazza Fontana. I nomi e le storie dei terroristi neri sfuggiti alla giustizia.

Un documentato atto d’accusa contro una parte della magistratura, le sue responsabilità e inadempienze, che farà discutere.

Nel corso di dieci anni il magistrato Guido Salvini è tornato a parlare con le sue vecchie fonti, ne ha trovate di nuove, ha smontato le bugie e gli alibi che avevano messo in difficoltà le accuse, e raccolto elementi e riscontri a carico di soggetti mai sfiorati dalle indagini.
Chi era il giovanissimo neofascista che quel pomeriggio d’inverno sarebbe entrato in azione alla Banca nazionale dell’agricoltura? Cosa aveva da raccontare la “fonte Turco” del Sid, insabbiata in tutta fretta per ordine dei vertici dei servizi segreti?
Cosa lega il suicidio di un ex legionario nel Sud della Francia con la morte in Angola di un ricco imprenditore padovano?
Ma soprattutto: perché i magistrati non sono stati in grado di compiere fino in fondo il loro dovere?

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