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mercoledì 29 Gennaio 2020

Algeria alle urne e astensionismo contro presidenti fotocopia

Seggi aperti e astensionismo come contestazione politica: la protesta denuncia un «voto sotto l’esercito». E la lista dei candidati, considerati ex «alti papaveri» dello Stato, non soddisfa gli elettori. ‘Makache vote’, nessun voto, in attesa di candidati decenti non imposti dai militari.

«Makache vote», nessun voto

24 milioni di cittadini teoricamente alle urne in Algeria, primo turno delle elezioni presidenziali, le prime dopo l’uscita di scena in aprile del raìs  Abdelaziz Bouteflika, presidente da sempre. ‘Makache vote’, nessun voto. «Makache vote», ‘nessun voto sotto l’esercito’. Attivisti e semplici cittadini, coordinati da al-Hirak, movimento trans-generazionale e trans-ideologico, chiedono che la scelta del nuovo presidente avvenga solo dopo il passo indietro di tutta l’élite politica, compromessa con l’ancien régime e dopo l’allontanamento degli alti gradi dell’esercito, ci ricorda Federica Zoja su Avvenire.

Il regime si autoriproduce

La lista dei candidati alle presidenziali composta esclusivamente da cinque ex “alti papaveri” di Stato.  Innanzitutto i due ex primi ministri Ali Benflis e Abdelmadjid Tebboune, dati per favoriti dai sondaggi ‘di casa’ e che assicurerebbero una transizione nella continuità. Il primo, 75 anni, ha guidato il governo sotto Bouteflika dal 2000 al 2003 e si è già candidato alla presidenza sia nel 2004 sia nel 2014, ottenendo al massimo il 12 percento delle preferenze. Tebboune (73 anni), ha esordito al governo come ministro delle Comunicazioni nel 1999, durante il primo mandato di Bouteflika, ed è stato premier per alcuni mesi, dal maggio all’agosto del 2017.

Le finte alternative

Alla vigilia del voto, in extremis, il partito di maggioranza ‘Fronte di liberazione nazionale’, il Fnl ha dato il suo sostegno ufficiale all’ex ministro della Cultura, Azzedine Mihoubi, numero uno del Rassemblement démocratique national , alter ego del Fln, di cui è alleato di ferro. Anche il partito el-Bina, di cui è esponente il quarto candidato, l’ex titolare del Turismo, Abdelkader Bengrina, ha sempre sostenuto Bouteflika. Della medesima area il movimento giovanile al-Moustakabal, che ha candidato Abdelaziz Belaid.

Eredi di Bouteflika e repressione

In 22 giorni di campagna, almeno 300 persone fra attivisti per i diritti umani, blogger, giornalisti, oppositori politici, sono stati arrestati con l’accusa di «aver minacciato il morale dell’esercito». È quanto si legge in un rapporto di Amnesty international che ‘fa temere’ (eufemismo prima della denuncia)  una svolta autoritaria in Algeria. In aumento pure la retorica contro le voci dissenzienti, tacciate di tradimento, spionaggio e offesa all’islam. Eppure l’opposizione soprattutto giovani non si arrende. «Silmiya! Khawa!», pace e fratellanza. Cantano Bella Ciao, tutta la gendarmeria d’Algeri schierata ‘casco&manganello’.

I martiri dell’indipendenza

Si chiama Al Hirak, il movimento,decine di migliaia, una volta anche un milione, che protestano da prima dei ragazzi libanesi e dei giovani di Hong Kong. Dieci mesi che va così, ogni settimana. A primavera hanno ottenuto le dimissioni dell’eterno presidente Bouteflika; in estate, l’arresto di 400 ladroni di regime; questo 12 dicembre, non s’accontentano del «voto-farsa», registra il Corriere della sera. ‘Nessun dorma’, si manifesta a oltranza pure di notte: il regime è sempre di mezzo, come questo giovedì elettorale, ma Al Hirak resta sveglio e immobile sulle sue posizioni. No, non si vota.

Al Hirak contro Le Pouvoir

 l vero primo turno non è chi viene votato, ma quanti votano. Il Movimento, unito al partito islamico, punta a stare sotto il 10% d’affluenza denunciare ‘urne farlocche’. Il Potere spera di ripetere il 37 di due anni fa, che è cifra da ridere, per andare comunque al secondo turno. Nessun sondaggio, niente osservatori internazionali, pochi accrediti ai media, il Parlamento europeo preoccupato dall’andazzo nel più grande Paese dell’Africa, denuncia Francesco Battistini, inviato ad Algeri. «Il Sistema è disperato e pronto a spacciare qualsiasi percentuale d’affluenza, altrimenti è costretto a sbaraccare tutto»

La Liberté giornale, resiste

La denuncia di  Rabah Abdellah, direttore della Liberté, uno dei due quotidiani d’opposizione rimasti aperti, che da cinque anni vivono senza pubblicità («è il governo che ce la blocca») sopravvivendo ad attentati e manette: «Ma stavolta la gente non è disposta ad accettare il solito risultato precotto». «Ad Algeri quasi non esistono semafori, perché la gente ancora ricorda la guerra civile anni ’90 quando si sparava agli incroci ed era pericoloso fermarsi, e nessuno vuole più violenze. Ma la tensione è alta. 10 milioni di berberi scioperano e qualche seggio è stato perfino murato con mattoni e cemento, guai a chi vota.

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