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mercoledì 29 Gennaio 2020

Greta Thunberg ‘Persona dell’Anno’ di Time, mentre a COP25…

La teenager svedese Greta Thunberg è la ‘Persona dell’Anno’ di Time. La sedicenne ha conquistato la copertina che dal 1927 ogni dicembre il magazine americano attribuisce alla persona che, nel bene o nel male, ha segnato l’anno che sta per concludersi.

Persona dell’Anno di Time

Greta ha battuto il presidente Donald Trump, la speaker della Camera Nancy Pelosi che ha messo in moto la procedura per l’impeachment contro il presidente e i manifestanti di Hong Kong. Greta, che oggi ha parlato alla Cop 25 di Madrid, è la più giovane Persona dell’Anno di Time.

Greta all’Onu: noi giovani siamo inarrestabili

ANSA. La copertina di Time saluta “il potere della gioventù” in una foto che mostra Greta in piedi su uno scoglio battuto dalle onde. «Per aver suonato l’allarme sulla relazione predatrice dell’umanità con l’unica casa che abbiamo e per aver mostrato cosa succede quando una nuova generazione prende la guida». Per Time la ragazzina «è riuscita a trasformare vaghe ansie sul futuro del pianeta in un movimento mondiale che chiede un cambiamento globale».

Sottocategorie dopo Greta

  • In altre sottocategorie, Time ha scelto “i funzionari dello stato” che hanno testimoniato a Capitol Hill nelle audizioni per impeachment di Trump come «Guardiani dell’anno».
  • Bog Iger di Disney è  «l’uomo d’affari dell’anno»,
  • mentre la squadra di calcio femminile a stelle e strisce  stata scelta come «atleta dell’anno»
  • e la 31enne cantante e attrice Lizzo è la «entertainer dell’anno».

AL COP25 DI MADRID INTANTO

Il vertice delle Nazioni Unite sul clima, Cop 25, è entrato nel vivo con l’arrivo a Madrid di numerosi ministri e alte personalità politiche dei 196 paesi riuniti nella capitale spagnola. Il vertice che terminerà venerdì 13 , è stato definito da più parti come fondamentale. E’ in questa occasione infatti che si dovranno ratificare non solo gli impegni presi a Parigi nel 2015 ma soprattutto, le misure vincolanti per contenere le emissioni di carbonio e mantenere la temperatura terrestre entro il grado e mezzo di aumento massimo.

Tra politica e pubblicità gratuita

I colloqui, come in altre occasioni sembrano però bloccati dai veti contrapposti. La discussione infatti è incagliata su dettagli tecnici molto spesso strumentali che ritardano gli sforzi comunque registrati dagli osservatori. La presenza dei leader dunque, almeno negli auspici, serve a rimuovere gli ostacoli attraverso decisioni politiche. Non manca chi approfitta dell’attenzione mondiale per un ritorno d’immagine, come nel caso del candidato alla presidenza degli Stati Uniti Michael Bloomberg, giunto a Madrid tra la curiosità mediatica.

L’azione di Greta

Ben altra valenza sta avendo l’azione di Greta Thumberg, che venerdì scorso ha guidato una marcia per il clima che ha visto sfilare almeno mezzo milione di persone. Una forma di pressione sui negoziatori che però non sembra essere stata recepita con la dovuta attenzione. Una conferma anche dalla conferenza stampa dell’attivista svedese durante la quale ha voluto sottolineato come «l’impatto del cambiamento climatico non riguarderà solo i bambini di oggi. Sta colpendo molte persone, che oggi soffrono e muoiono. Ecco perché abbiamo creato questo evento, come piattaforma per condividere storie che dovrebbero essere raccontate».

La scienza ha terminato le parole

Ma il senso dell’ emergenza e della prospettiva non sembra emergere dai dossier delle delegazioni. Eppure quello attuale è il vertice in cui la scienza ha assunto un ruolo da protagonista soprattutto con i dati dell’Ipcc, il comitato scientifico dell’Onu che ha fornito evidenze incontrovertibili sul riscaldamento globale e, per la prima volta, un rapporto speciale sull’agricoltura nel quale sono state calcolate le emissioni del settore agroalimentare (37% di gas serra).

Per Johan Rockstrom, direttore congiunto dell’Istituto di ricerca sull’impatto climatico di Potsdam, «esiste il rischio di delusione nel processo delle Nazioni Unite a causa dell’incapacità di riconoscere l’esistenza di un’emergenza». Il rilascio di emissioni di gas ad effetto serra infatti sta continuando nonostante tutti gli avvertimenti – ha sottolineato lo scienziato -, le centrali a carbone progettate o in costruzione sono sufficienti «per produrre il doppio della quantità di carbonio che può essere tranquillamente immessa nell’atmosfera per il prossimo secolo».

Cosa blocca la discussione

Ma quali sono i punti vero di scontro a Madrid? Innanzitutto i piani sottoscritti a Parigi nel 2015 che avrebbero dovuto essere messi in pratica a partire dal 2020. Una responsibilità presa in carico soprattutto dai paesi maggiormente industrializzati ma fino ad ora disattesa per larga parte. Paesi come Cina, India e Arabia Saudita, spingono per il rispetto di questi impegni, ma diversi esperti ritengono che questa sia solo una tattica negoziale per potersi garantire una dilazione della riduzione di gas ben al di là del 2020. L’interesse economico nazionale dunque prevale ancora una volta su quello generale.

Crediti in cambio di riduzioni di gas

Altre questioni sono poi da considerare. A prima vista si tratta di problemi tecnici ma meno oscuri di quanto appaia. I colloqui sono bloccati principalmente sul mercato del carbonio. L’articolo 6 dell’accordo di Parigi riguarda lo scambio tra crediti e riduzione delle emissioni per i paesi che assolvono ai propri impegni o per iniziative pubbliche e privata dirette a questo scopo, come impianti di energia rinnovabile o il ripristino di una foresta. A Madrid, come l’anno scorso a Katowice, i paesi stanno lottando per concordare le regole di questo scambio.

Un certo numero di paesi, tra cui il Brasile di Bolsonaro, vorrebbero il doppio conteggio, cioè che la quota risparmiata di emissioni possa essere conteggiata anche nelle contabilità future. Esistono forti preoccupazioni sul fatto che i crediti storici possano equivalere a riduzioni reali di emissioni (oppure di foreste).

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