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mercoledì 29 Gennaio 2020

Genocidio Rohingya, la poco Nobel Suu Kyi, Myanmar, alla Corte Onu

La ormai contestata e largamente disconosciuta premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, leader del Myanmar, davanti alla Corte di Giustizia delle Nazioni Unite all’Aia per le accuse di genocidio della minoranza musulmana dei Rohingya

Aung San Suu Kyi fu Nobel

La leader del Myanmar, Aung San Suu Kyi, è comparsa davanti alla Corte internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite all’Aia per difendere il suo Paese dalle accuse di genocidio della minoranza musulmana dei Rohingya.

Migliaia di Rohingya uccisi e oltre 700.000 sono fuggiti nel vicino Bangladesh durante una repressione dell’esercito nel Paese a maggioranza buddista nel 2017. L’accusa da parte della Birmania del Gambia che hanno intentato causa dopo aver ottenuto il sostegno dell’Organizzazione per la cooperazione islamica.

Aung San Suu Kyi

L’accusa da Gambia e Birmania

« Il Gambia chiede al Myanmar di fermare questa mattanza senza senso, di fermare questi atti barbari e brutali che continuano a scioccare le nostre coscienze e di fermare il genocidio del popolo». Ha dichiarato il ministro della Giustizia Abubacarr Tambadou all’Aia. Il Myanmar ha sempre smentito le accuse e insistito sul fatto di avere combattuto una minaccia estremista.

«Ci sono prove schiaccianti che le forze armate di Myanmar abbiano commesso crimini di diritto internazionale e altre gravi violazioni dei diritti umani contro i rohingya. Ciò nonostante le autorità di Myanmar, compresa la stessa Aung San Suu Kyi, continuano a respingere, negare o minimizzare queste accuse»: ha aggiunto Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia.

L’altra Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi, vincitrice del premio Nobel per la pace dopo aver sfidato la giunta militare, era giunta al potere a Myanmar (l’ex Birmania) dopo una travolgente vittoria elettorale l’11 novembre 2015, inaugurando il primo governo civile del paese in mezzo secolo, ma sempre sotto ‘tutela’ militare. Reputazione oscurata dalla risposta alla difficile situazione dei rohingya, la minoranza musulmana perseguitata che vive nello stato occidentale di Rakhine. Il processo all’Aja non la vede formalmente sul banco degli imputati.

Suu Kyi prenderà oggi la parola sostenendo che i militari hanno agito nel rispetto della legge, ma l’intervento sarà preceduto dalla consegna di una memoria difensiva del team dei suoi avvocati. Nel documento i legali sostengono che nessun genocidio si sarebbe verificato, e che il massimo tribunale delle Nazioni Unite non ha giurisdizione per decidere.

Persecuzioni plateali e innegabili

In realtà le angheria da parte della maggioranza buddista del paese contro i musulmani rohingya continuano e sono ben documentate. Un milione di persone vive attualmente nello squallore nei campi profughi del confinante Bangladesh, mentre diverse centinaia di migliaia rimangono all’interno del Myanmar, segregati in campi e villaggi in condizioni simili all’apartheid. Sul tavolo dei giudici è arrivato ieri mattina anche un dossier video e fotografico redatto da Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia.

I filmati comprovano la costruzione di recinzioni intorno a un campo che ospita gli sfollati. Le foto mostrano militari impegnati a sistemare le recinzioni di filo spinato intorno a un grande accampamento a Balukhali, nel distretto del confine sud-orientale. «Se Aung San Suu Kyi è seria quando dice di voler servire il popolo di Myanmar, allora deve stare al fianco delle vittime e non dovrebbe proteggere coloro che sono sospettati di azioni criminali», ha dichiarato Bequelin

Dopo aver sentito le ragioni di entrambe le parti la Corte deciderà se avviare un processo, che potrebbe durare molti anni.

AVEVAMO DETTO

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