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mercoledì 29 Gennaio 2020

La libertà di stampa come consiglio per gli acquisti

Lezione di giornalismo della nuova leva, parte prima. Bruttezza dei giornali, la cui libertà è una specie di consiglio degli acquisti. Il dio denaro e le sue declinazioni. L’obbedienza professionale.

Sfogliare un giornale la mattina è un esercizio zen. Non che in genere siano fatti meglio o peggio del passato, non è importante. Anche in passato si facevano giornali scadenti, titoli a vanvera e pezzi in italiano incerto. Quello che mi colpisce in questa fase storica è la resa incondizionata del pensiero al conformismo in tutte le sue variazioni di colore.

Certo, non è una questione che riguarda tutti i giornali e tutti i direttori o tutti i giornalisti. Ce ne sono di bravi, bravissimi, che mantengono un rigore nobile. Sempre di più navigando in un sistema paludoso dove a dettare le regole è quel potere simbolico generalizzato che si riferisce al dio del tempo, il denaro. In ogni sua declinazione. Come denaro investito per la proprietà dei mezzi di informazione, in influenza, in pubblicità. E anche sotto forma di ricatto occupazionale, per garantire nello spazio sempre più minuscolo dell’informazione un posto a chi deve meritarselo, escludendo chi non ha queste capacità naturali.  

Nei giorni scorsi ho avuto una lezione sonante. Un giovane giornalista che collabora con un giornale nazionale, sapendo vagamente che sono del mestiere, ha chiesto una partecipazione a un giornale. Con ingenuità pensavo che volesse la mia penna, pensavo fosse strano, visto che vivo e lavoro assai appartato. E infatti era strano: voleva denaro per pubblicare un pezzo sulla Vineria Letteraria che dà da vivere alla mia famiglia. Così vanno le cose ovunque, ha chiosato. Lei che è giornalista lo saprà… No, guardi, non è così che funziona l’informazione, ho replicato sorprendendomi per la mia gentilezza. Ha abbozzato un sorriso di compatimento, ha girato le spalle masticando una specie di saluto e se n’è andato senza profferire altre parole, lasciandomi basito.

D’altra parte, ho pensato, è così davvero. Sfoglio giornali di sola pubblicità, di pubblicità mascherata da articoli, da consigli su tutto. E mi rendo conto che ogni aspetto della comunicazione si muove a vantaggio dei poteri forti davvero, quelli che hanno in mano il denaro per comprare tutto: carriere, ambiente, amori, silenzi.

Nell’epoca che ha sdoganato culturalmente atteggiamenti fascistoidi e razzisti, con una volgarità crescente, si sta facendo strada sempre di più il marchettificio mascherato da informazione. E il silenzio sui temi che potrebbero disturbare i manovratori.

E se questo si percepisce nei pezzi giornalistici pessimi che si leggono in giro sui giornali nazionali, perché non dovrebbe rappresentare la regola sui prodotti locali, dove l’applicazione è evidentemente più selvaggia, meno raffinata? E se per fare i giornalista occorre scrivere riparati all’interno di una gabbietta conformista di buon senso, perché mai uno dovrebbe mettere la testa fuori, all’aperto, vedere quello che non serve vedere?

Una volta ho scritto che su ogni pezzo pubblicato dovrebbe essere citata la fonte. In chiaro. Per capire da dove proviene l’informazione. Un metodo che da solo basterebbe a capire tante cose. Non tutto, ma molto.


Ps.
Il barbiere maoista ancora ride della mia disavventura professionale nel rapporto con un giovane leone della carta stampata della nuova era.

Newspaperman in Paris, Giovanni Boldini

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