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venerdì 13 Dicembre 2019

Iraq, via il premier resta la rabbia: mezzaluna sciita e zampino Usa

Dopo le dimissioni del premier, la piazza non smobilita in Iraq. Frattura nel mondo sciita. Vecchio komeinismo nuove generazioni. Guerra americana alla Mezzaluna sciita

Iraq, la rivolta e il caos

Iraq, uno Stato fallito, senza un’autorità riconosciuta dopo le dimissioni del primo ministro Adel Abdul Mahdi, con esercito e milizie varie che sparano contro i manifestanti e ammazzano, con la protesta repressa con ferocia a un passo dalla guerra civile.

Ora il presidente del Parlamento chiederà al presidente Barham Salih di nominare un nuovo primo ministro, per quel pezzo di Stato che ancora resta a Baghdad. Ma la protesta non smobilita. La rivolta continua. Tanti fattori interni e altrettanti interessi esterni con due protagonisti chiave a Teheran e Washington. Ma è anche una rivolta generazionale, spiega Umberto De Giovannangeli, sull’Huffington Post.

Anche rivolta generazionale

«I giovani i protagonisti delle proteste attuali come lo sono stati nel movimento del 2011, del 2015-16, e dell’estate del 2018», i diversi Iraq in piazza a chiedere cambiamenti mai giunti, segnala Irene Costantini dell’Ispi. In un paese dove il 67% della popolazione ha meno di 30 anni, i giovani rappresentano una forza sociale con cui fare i conti. «Chiedono riforme, diritti, lavoro, servizi, giustizia e la fine della corruzione», spiega il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Raphael Sako. Ma non solo bisogni sociali. Politica: la repressione militare decisa dal governo, 418 le vittime note, rischia di diventare una strada senza ritorno. «Da Kerbala a Najaf, le due città sante sciite, da Nassiriya a Baghdad i manifestanti sciiti danno alle fiamme le immagini dell’ayatollah Ali Khamenei e di Qassem Soulimani, il generale dei Pasdaran», sottolinea De Giovannangeli.

Komeinismo vecchio

«Ai giovani che cercano lavoro, la nomenclatura sciita al potere risponde con la vecchia narrazione khomeinista che non fa più presa nelle nuove generazioni». Slogan ripetuti contro l’Occidente e il ‘nemico sionista’ su cui insiste la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, con Stati Uniti, Israele e alcuni paesi occidentali indicati come sobillatori delle proteste in Iraq e in Libano. Molto di vero ma non la giustificazione di tutto, dice la stessa rivolta popolare repressa in Iran. «Una retorica complottista che non fa più presa, non mobilita piazze alternative in Iraq», la denuncia di molti analisti. Allora una repressione più cattiva ed efficace? Entra in scena l’uomo forte, il generale Soulimani, volato a Baghdad dopo lo scoppio della seconda ondata di proteste nel paese. Una scelta politica a rischio di guerra civile, e sarebbe addio Iraq.

Frattura interna sciita

Le milizie sciite che hanno preso il controllo di progetti di ricostruzione postbellici, finanziamenti pubblici, favori e corruzione. Privilegi contro miseria, rabbia popolare e ora una resa dei conti politica nel variegato fronte sciita. La massima autorità religiosa sciita irachena, il Grande Ayatollah Ali Sistani, aveva accusato apertamente il premier Mahdi di essere “sostenuto da Iran e Stati Uniti”. E il venerdì nella città santa sciita di Kerbala, a sud di Baghdad, Sistani aveva chiesto al Parlamento di intervenire “considerando gli interessi dell’Iraq”. Iraq prima dell’Iran. Smacco pesante per Teheran con rischi a catena in Siria, Libano, Yemen. Missione fallita di Soulimani, salvo accentuare la repressione ed aprire la strada ad una guerra civile devastante. Tanto da far dire a Papa Francesco da San Pietro la sua preoccupazione per la situazione in Iraq.

Guerra Usa alla Mezzaluna sciita

Gli Stati Uniti stanno combattendo la loro battaglia contro la Mezzaluna sciita e l’Iran con embargo economico, aiuti militari agli avversari, «e una propaganda intossicata per destabilizzare i governi della regione», scrive sul Manifesto Alberto Negri. «L’Iran è ovviamente il bersaglio grosso. Le sanzioni su spinta di Israele e Arabia saudita dopo l’annullamento da parte di Trump dell’accordo sul nucleare del 2015, stanno di fatto soffocando l’economia, il cui Pil è in discesa quest’anno di oltre il 9 per cento. L’export è crollato dell’80% e il rial, la moneta locale, è in caduta libera. A questo vanno aggiunti un’inflazione galoppante (+35%) e un tasso di disoccupazione che tra i giovani supera il 30%». L’Iran assediato che non aiuta certamente la democratizzazione o almeno la modernizzazione tentata da Rouani.

Iraq e Libano bersaglio Teheran

Iraq, Siria e Libano i caposaldi della Mezzaluna sciita e della penetrazione iraniana che tanto inquieta gli Stati Uniti a spinta israelo saudita. «Come se la caduta di Saddam nel 2003 non avesse significato proprio questo», ironizza Alberto Negri.

«L’ascesa degli sciiti, maggioranza della popolazione, e di una classe di religiosi e politici legata a Teheran da decenni di esilio in Iran e di relazioni con Qom, il Vaticano iraniano. E poi chi ha difeso il Paese dall’Isis? Il generale iraniano Qassem Soleimani, certo non gli Usa». Sempre sugli interessi oscuri che gravano sull’Iraq (anche i russi con Gazprom e Rosneft), gli americani stanno facendo pressioni perché Baghdad allenti l’abbraccio con l’Iran «e fanno capire che hanno diverse carte per destabilizzare un Paese dove 110mila iracheni in questi anni hanno lavorato direttamente per loro».

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