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venerdì 13 Dicembre 2019

Un calcio all’Italia e a stadi razzisti dalla campionessa anglonigeriana

Eni Aluko è una calciatrice professionista di origine nigeriana naturalizzata inglese, stabilmente nel giro della nazionale di Sua Maestà britannica. Eni Aluko, ingaggiata dalla Juventus ha lasciato il club e l’Italia denunciando il razzismo che si respira nel paese

Stadi razzisti ma non soltanto

Eniola Aluko, Eni per tutti, è una calciatrice professionista di origine nigeriana naturalizzata inglese, stabilmente nel giro della nazionale britannica. Un anno e mezzo fa, Eni è stata ingaggiata dalla squadra femminile della Juventus, si è trasferita a Torino e con i colori bianconeri ha vinto alcuni trofei. Eni non è solo un’ottima calciatrice, ha studiato giurisprudenza e scrive stabilmente sul ‘Guardian’.  Ed è dalle pagine del prestigioso quotidiano britannico che Eni ha annunciato la decisione di lasciare il club e l’Italia denunciando il razzismo che si respira nel paese, nonostante molti ancora insistano a negare l’evidenza

Ultras fasciorazzisti e altri

Nata in Nigeria e da subito in Inghilterra, atleta di valore, ha giocato oltre centro partite per la  nazionale. Ma Eni Aluko ha sempre accompagnato la passione per il calcio con quella per la giustizia, per la difesa dei diritti degli ultimi, che l’ha spinta a laurearsi in legge. «L’amore per il pallone l’ha portata a diventare giocatrice professionista per diverse squadre, tra cui il Chelsea e poi, dal 2018, la Juventus». Ma la parentesi bianconera è terminata prima del previsto, racconta Daniele Mencarelli su Avvenire. «Torino sembra indietro di un paio di decenni rispetto all’apertura verso diversi tipi di persone» denuncia Eni Aluko sul Guardian.

Racconti di razzismo ipocrita

Ogni volta che atterrava all’aeroporto di Caselle, fermata, perquisita o annusata dai cani «come Pablo Escobar», o come quando entrava nei negozi fosse guardata male, «in maniera diversa rispetto alle altre persone», lamenta Eni. E un episodio al supermercato viene descritto in un articolo per The Player’s Tribune: lei inseguita da una commessa che le voleva imporre di lasciare lo zaino all’ingresso. ‘E’ la regole”, sosteneva, mentre le altre persone, i bianchi, camminavano tranquillamente con lo zaino in spalla o nel carrello. La sindaca Appendino prova a minimizzare: «È un problema di poche persone, Torino non si rassegna». Dalla associazione commercianti una stupefacente «Torino non è razzista». Bottega a perdere.

England’s Eniola Aluko and Russia’s Elena Medved, UEFA Women’s

Favola ‘Italiani brava gente’

Ma ancora peggio reagisce il mondo del calcio, allenato dal ‘dopo Balotelli’. «Eni Aluko è stata attenta a sottolineare che non si riferiva a episodi di razzismo negli stadi o negli spogliatoi, ma a un atteggiamento generale del paese, ma il circo pallonaro insorge», rileva Luca Pisapia sul Manifesto. «Non doveva andarsene, doveva restare a combattere, urlano pugnaci dalle loro cattedre giornalistiche uomini bianchi di mezza età». «Nuove leggi contro il razzismo, chiede la Lega di Serie A senza pudore, come se le leggi non ci fossero già e non fossero bellamente ignorate». «Come non fosse oramai chiaro che non è un problema di leggi o di repressione».

Passioni tristi che imprigionano il Paese

«Eni ha la fortuna di essere una calciatrice della Juventus, quindi di fronte a questi piccoli grandi segni di discriminazione, le è bastato mostrare lo stemma della squadra per trasformare la discriminazione in un silenzio imbarazzato», annota Avvenire. «Ma questo non l’ha fatta sentire al riparo, perché non tutte le persone di colore hanno stemmi o appartenenze che possono permettere loro di zittire il pregiudizio». «Duole dirlo, ma al suo posto in tanti, quasi tutti, avrebbero fatto la stessa cosa. Vivere in un Paese schizofrenico, che ti discrimina in un negozio e ti idolatra quando sei dentro un campo di gioco, non deve essere né facile né bello».

Piccola crepa ma attenti alla diga

«Il suo congedo è come una crepa, di quelle piccolissime, all’inizio appena visibili. Una crepa che rischia di ingigantirsi, sino a diventare insanabile. C’è solo un modo per arrestare questo scempio, ed è affermare in ogni luogo che storie come quella di Eni non possono più avere residenza in un Paese occidentale, nel nostro Paese. Il suo esempio dovrebbe far riflettere anche tutti gli sportivi di colore che lavorano in Italia. Calciatori e cestisti, atleti di ogni disciplina, di fronte a gesti di discriminazione dovrebbero avere il suo coraggio e dire basta. Basta. Arrivederci e grazie. Al vostro gioco, almeno io, non giocherò più», conclude Daniele Mencarelli.

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