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venerdì 13 Dicembre 2019

L’attentato di Londra, il terrorismo dopo Isis, i lupi solitari e il martirio

L’attentato di Londra e l’ondata di articoli, analisi, commenti sull’estremismo islamico e sul jihadismo. Due elementi ricorrenti: i ‘lupi solitari’ e il ‘martiro’. Non solo fatti ma concetti fondamentali del fenomeno che chiamiamo jihadismo, spiega Giuseppe Santomartino, generale e studioso della materia, in questa analisi.

Lupi solitari e martirio, dottrina oltre la propaganda

L’ attentato di Londra, come comprensibile, ha scatenato la ormai rituale ondata di articoli, analisi, commenti più o meno informati sull’estremismo islamico e sul jihadismo. Due elementi risultano anche questa volta ricorrenti: il concetto della tattica dei “lupi solitari” ed il concetto del “martiro”. Essi costituiscono, al di là della discutibile terminologia, due profili reali di quel fenomeno che, sempre con un po’ di approssimazione terminologica, chiamiamo jihadismo.

Una più corretta comprensione del fenomeno non può quindi prescindere da una corretta interpretazione di questi due concetti, ma per fare ciò è necessario riferirsi alle fonti ideologiche e dottrinali del jihadismo bypassando le fonti più citate in queste ore (Amaq, Dabiq etc), che sono solo siti web di propaganda che se si rifanno alle fonti primarie jihadiste.

Una metafora suggestiva e di effetto ma decisamente impropria per definire una scelta tattica ed organizzativa che prevede azioni di attentatori isolati o in piccoli nuclei che agiscono indipendentemente da vincoli organizzativi con il “vertice” delle organizzazioni jihadiste.

Ideologia dei Lupi solitari

Il concetto base è di Abu Mus’ab Al-Suri, detto anche l’Architetto del Global Jihad, siriano con cittadinanza spagnola. Risulterebbe ancora in vita, probabilmente detenuto in qualche località sconosciuta essendo stato catturato in Pakistan nel 2005, tradito per una taglia di cinque milioni di dollari.

Particolare non irrilevante, un periodo trascorso proprio in Londra dove ha condotto iniziative editoriali a favore dei movimenti islamici algerini negli anni Novanta per poi trasferirsi in Pakistan ed Afghanistan. Al-Suri è l’autore di un monumentale testo di oltre 1600 pagine (Da’wat al-Muqawamah al-Islamiyya  al-Alamiyyah – Chiamata Globale per la Resistenza Islamica), pubblicato nel 2005, che viene considerato uno dei testi fondamentali per l’ideologia e le strategie jihadiste contemporanee.

Il testo parte da un’analisi di tre forme di jihad (va ricordato che il jihad nell’interpretazione estremista non coincide con il concetto classico islamico di jihad che non è, fra l’altro, in alcun caso traducibile, come spesso si legge, quale “guerra santa”) e ciò sulla base di varie operazioni jihadiste  avvenute tra il 1963 ed il 2001 e che al-Suri classifica in tre “scuole di jihad”:

  • scuola delle organizzazioni segrete militari,
  • scuola dei fronti e dei confronti aperti ,
  • scuola del jihad individuale e delle piccole cellule terroristiche.

Critica jihadista dell’11 settembre

Al termine di una sofisticata e per certi aspetti contorta, analisi, da cui non è estranea una visione critica verso l’attentato dell’11 settembre, al-Suri arriva alla conclusione che si debba privilegiare il terzo tipo di jihad (Jihad individuale o delle piccole cellule) ed è purtroppo ciò che abbiamo per lo più visto negli ultimi dieci anni. A cui abbina il concetto di “NIZAM ‘AMAL LA TANZIM MARKAZI LI ‘L AMAL (letteralmente: Sistema di azione ma senza organizzazione centrale per l’azione) che prevede attentati con tecnica di jihad individuale ma senza alcun vincolo o collegamento strutturale con l’organizzazione centrale con cui vi sarà quindi solo una comunanza ideologica rinnovata di volta in volta dai vari proclami di cui abbiamo notizia. 

Cani sciolti imprendibili

È evidente come l’assenza di vincoli e collegamenti organizzativi renda molto più difficile la penetrazione informativa o investigativa in tali organizzazioni. È altresì evidente che quasi sempre i soggetti che compiono tali attentati sono solo pedine che per lo più ignorano le basi teoretiche dei testi di base ma sono solo agganciati e potremmo dire in un certo senso “plagiati” dai proclami e comunicati dei vari siti jihadisti di cui subiscono il forte potere identitario e mobilitante. A tale schema operativo va poi abbinato il trend, raccomandato negli ultimi anni nei vari proclami, di compiere  “low cost attacks” anche con armi di fortuna (quindi anche comuni coltelli o furgoni lanciati sulla folla come purtroppo abbiamo visto) in netta contrapposizione con la filosofia che aveva ispirato l’attentato dell’11 settembre.

Rivendicazioni

Le rivendicazioni che spesso vengono diffuse (anche in questo ultimo attentato sembra vi sia già stata una rivendicazione dello Stato Islamico) va intesa quindi soprattutto quale rivendicazione ideologica e non frutto di una specifica pianificazione elaborata dai vertici dell’organizzazione, né far presupporre un tangibile legame organizzativo fra tali vertici ed il singolo attentatore o la singola cellula. Evidente l’estrema letalità di tale modus operandi poiché in pratica viene lasciata piena discrezionalità a qualsiasi aderente di compiere ogni possibile azione ostile salvo poi il diritto dell’organizzazione di “mettere il cappello” su tale azione rivendicandola con forte effetto mediatico, psicologico e, appunto, terroristico.

Martirio testimonianza

Martirio. Tale termine viene spesso associato al termine kamikaze con un’associazione terminologica del tutto inappropriata. Il reale significato del martirio nella ideologia jihadista. ll personaggio che più ha trattato tale concetto è stato  ABDULLAH ‘AZZAM, palestinese, morto in un attentato nel 1989, principale artefice del jihad antisovietico in Afghanistan e ritenuto il vero ideologo di al-Qa’ida. Il termine usato nei suoi testi e quindi poi ripreso universalmente, è SHAHADA, da cui shahid (martire), tutti derivati dalla comune radice trilittera sh (la sh è una consonante a se stante in arabo) -h-d, radice che implica non tanto il concetto del suicidio ma quello di testimonianza. I jihadisti infatti  chiamano tali azioni AMALIYAH ISTISH’HADIYYA (Operazioni di Testimonianza e quindi non, come noi in occidente, Operazioni Suicide).

Non il Paradiso con decine di vergini

‘Azzam ricorda come non a caso il termine arabo per martire (shahid) sia lo stesso usato nel Corano per designare i Profeti che precedettero Maometto (fra cui anche Gesù). ‘Azzam  insiste sul ruolo innanzitutto sociale del martire (va qui ricordato la stretta connessione che troviamo nell’Islam radicale fra aspetti religiosi, politici, giuridici e sociali). È quindi evidente che la frequente motivazione pseudo-sessuale che troviamo nei media occidentali che abbinerebbe l’attitudine al martirio (shahada) alla speranza di trovare alcune decine di vergini è pressocché irrilevante avendo tale concetto ben altre motivazioni ideologiche.

David Cook nel suo importante testo “Understanidng Jihad” ha stigmatizzato il ruolo di ‘Azzam nella rivitalizzazione del concetto di martirio nel jihadismo contemporaneo affermando “Nessun altro autore musulmano prima di ‘Azzam è stato cosi esplicito circa la natura del martirio”.

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