Il presidente Usa giovedì, giorno del Ringraziamento, a Bagram, base militare americana 60 chilometri a nord di Kabul. Una sorpresa (molto organizzata) ai suoi soldati che dice di voler riportare a casa: «Li ridurremo a 8.600», ha ripetuto; stessi numeri di due mesi e mezzo fa, quando poi ruppe la trattativa con i talebani. «Negoziato per quasi un anno a Doha dal suo inviato Zalmay Khalilzad e congelato il 7 da Trump via tweet, senza preavviso», ci ricorda Guliano Battiston. Giovedì invece Truimp parla alle truppe, «discorso superficiale e stiracchiato» il giudizio severo. Loro, i talebani, disposti al cessate il fuoco, noi a ridurre le truppe. Come e quando vi vedrà, come nella canzonetta
Ma i Talebani sono testardamente coerenti: cessate il fuoco solo dopo la firma, e soltanto per gli Stati uniti ma non ancora per le forze governative, che poi non sai nemmeno da chi siano guidate visto che dalle elezioni del 28 settembre, due mesi dopo non c’è ancora risultato. Per ora non c’è una risposta ufficiale talebana alle aperture di Trump, ma la linea negoziale è ferma da tempo. «Tra i tre antagonisti, l’attore più debole rimane Kabul», sottolinea il Manifesto. Per Ghani, il presidente uscente nel pieno della contesa post-elettorale , l’arrivo di Trump «gli dà una spinta verso il palazzo presidenziale. Ma non gli può attribuire il consenso interno», conclude Battiston.
Sempre Giuliano Battiston, sottolinea l’incertezza politica interna del Paese martoriato da guerre infinite. Afghanistan senza pace né risultati elettorali del 28 settembre. La Commissione elettorale insiste nel riconteggio; i due sfidanti, Abdullah e Ghani, nelle reciproche accuse di brogli. Visita di Giuliano Battiston all’università di Nangarhar, alle porte di Jalalabad. «Centrale negli equilibri politici e sociali dell’Afghanistan per peso demografico e posizione geografica lungo il poroso confine con le aree tribali del Pakistan». Il rettore Hashimi è netto: «Il risultato delle elezioni presidenziali è del tutto incerto, a votare sono andati solo due milioni di persone, la fiducia nel sistema è scarsa».
Incertezza su tutto. A due mesi dalle presidenziali del 28 settembre, non c’è neanche un dato certo: neppure il numero degli elettori votanti che oscillano da 3 a 2 milioni (su un corpo elettorale di 9 milioni e su una popolazione di 35), e tantomeno i risultati. La Commissione elettorale centrale ha cominciato il riconteggio dei voti, ma Abdullah Abdullah e altri candidati lo contestano. «Le elezioni non hanno funzionato perché fino a poco prima erano tutti concentrati sull’accordo di pace tra Talebani e americani e perché la gente non si fida del sistema», nota Rohullah Lalpoorwal, della Human Rights per le donne afghane.
Eppure erano vicini alla firma quando, il 7 settembre, Trump ha mandato all’aria tutto con un tweet. «Allora pensavamo, accordo firmato, elezioni annullate». Furono invece elezioni di costa e molto cattive. Ora lo stallo sembra senza sbocchi. «Se Ghani venisse dichiarato presidente, Abdullah non accetterebbe». Washington che insiste su un governo ‘a interim o di coalizione’. L’Unione europea contro. «Se l’accordo si fa, si fa, se non si fa, non si fa» , ha dichiarato Trump alla Mister Been. Ma lui alla base di Bagram ha lasciato per qualche minuto il palco a Ghani, per le photo-opportunity e per interferire sulle scelte tra i possibili presidente
Il Nangarhar è zona di confine col Pachistan. Su quella linea transitano Talebani e jihadisti, sconfitti, afferma Ataullah Khogyani, portavoce del governatore provinciale. Conta su una mediazione alta, assoluta, l’ulema dell’università di Nangarhar: «Se Allah vuole, si parleranno». «Il Pakistan, la Cina, la Russia, sono tanti i governi che stanno spingendo i Talebani al dialogo», sostiene Hashimi, e le interferenze esterne rendono la sua terra fragile e conflittuale. «Hanno votato in pochi perché c’è poca fiducia. E sa perché? Perché non siamo un paese sovrano».