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venerdì 13 Dicembre 2019

Libia a perdere, l’Eni sotto attacco: Tripoli e la Turchia, noi e la Russia

Silenzio Libia da Farnesina e Palazzo Chigi ma la guerra continua. Il drone italiano abbattuto. Droni armati turchi a Serraj. Gli impianti petroliferi dell’Eni colpiti. Il petrolio italiano a tutela russa

Impianti petroliferi Eni bersaglio

Il più importante campo petrolifero dall’Eni in Libia, il giacimento di El Feel nei dintorni della città di Sebha, è stato bombardato martedì dall’aviazione del generale Haftar. La produzione è stata bloccata e il personale -non ci sono italiani- è stato temporaneamente trasferito in un’area più sicura. Attacco quasi simbolico, messaggio di guerra sembrerebbe. Qualche colpo sparato dalla milizia di Hassan Moussa affiliata al governo di Tripoli, dall’altra le guardie fedeli al generale cirenaico Haftar che già in serata avevano ripreso le posizioni e l’impianto a pompare i suoi oltre 70 mila barili di greggio giornalieri, precisa Rachele Gonnelli sul Manifesto.

Il dopo drone solo per caso?

L’episodio segue l’abbattimento del drone italiano la scorsa settimana, ma anche in questo caso dalla Farnesina e ora dall’Eni, nessuna reazione. Troppo silenzio per non insospettire o preoccupare. Che ci faceva il drone Reaper Preadator della nostra Aeronautica in volo sulla prima linea della battaglia di Tripoli, nell’area di Tarhouna, città a una sessantina di chilometri a sud di Tripoli e roccaforte dell’esercito Haftar nell’offensiva ‘lampo’ che ormai da sette mesi cerca la conquista della capitale libica. Il drone italiano (armato, disarmato, di osservazione a vedere cosa e per chi?) è stato abbattuto il 20 novembre ma da allora, soltanto “Sono in corso approfondimenti per accertare le cause dell’evento”. Caduto o abbattuto?

Drone creduto turco e abbattuto

Il 20 novembre stesso, dalla Cirenaica di Haftar la rivendicazione dell’abbattimento di un “drone armato” nell’area di Tarhouna, da parte delle difese aeree della “9a Brigata di fanteria. I libici –sostiene Analisi Difesa- avevano temuto si trattasse di un drone armato turco (uno dei Bayraktar TB2 dislocati a Mitiga e Misurata e gestiti da personale di Ankara al servizio del GNA di Serraj). Poi la scoperta della nazionalità del drone. «Stiamo ancora aspettando una dichiarazione ferma dall’Italia sulle ragioni di questo volo sul territorio libico e in una zona di divieto di sorvolo», la dura aggiunta dalla parte di Haftar. Sintesi politica, ve la siete cercata e siamo pure arrabbiati con voi.

Giù anche un drone americano

Il giorno dopo l’abbattimento del drone italiano, ne cade uno statunitense in volo sull’area di Tripoli. Africom Usa annuncia “indagine è in corso” ma e fiction militare sulla perdita di ben due velivoli teleguidati in due giorni consecutivi nell’area di Tripoli. Anche gli USA, come l’Italia, svolgono operazioni di sorveglianza sulla Libia «sulle condizioni di sicurezza del Paese e per “monitorare le attività degli estremisti». Spionaggio detto in altro modo. Il problema è che ora Haftar ha i sistemi di difesa aerea russo Pantsir S-1 concepito anche per individuare e abbattere droni, fornito dagli Emirati Arabi Uniti e i cui missili raggiungono e superano i 6mila metri.

E noi che facciamo? Alberto Negri

«Ai primi di dicembre è previsto a Roma l’arrivo del ministro degli Esteri russo Lavrov, in un primo momento accompagnato anche dal ministro per la difesa russo Shoigu intenzionato a incontrare i nostri vertici in vista anche della conferenza di Berlino sulla Libia. La nostra risposta nei giorni scorsi è stata: “Shoigu non ci interessa”», osserva Negri allibito. «Ora bisogna capire che cosa ormai ci interessa più del mondo, dato che gli americani trattano con Haftar e i russi ci hanno più volte offerto una mediazione con il generale. Questo mentre la guerra tra Tripoli e Bengasi è diventata di schieramenti militari e diplomatici «in cui brilliamo per un ‘assordante silenzio’».

Libia «porto del silenzio»

La Libia tragicamente non il porto ‘sicuro’ per i migranti che qualcuno qui in Italia ancora osa affermare, ma sul fronte governativo qualche alternativa? «Il generale Khalifa Haftar ci ha appena inferto un’umiliazione dopo l’altra cui non abbiamo comunque saputo rispondere. Dopo avere abbattuto un drone italiano e uno americano, Haftar ha chiesto scusa agli Usa ma non a noi, anzi ci ha minacciato mentre circolavano foto di miliziani che danzavano allegramente sui resti del velivolo. Haftar poi ha pure bombardato i miliziani alleati di Tripoli che andavano a difendere i pozzi di El Feel dell’Eni. Insomma ci prende a schiaffi».

I Russi oltre Wagner e l’Eni

Gli Stati Uniti hanno mandato una delegazione da Haftar, cittadino anche americano legato alla Cia. «Haftar ha quindi potuto negoziare con gli Usa su tutto, dal petrolio agli aspetti politico-militari». E torna la domanda, e noi? «Haftar è stato esplicito nell’affermare di non volere la cooperazione con l’Italia mentre la Russia, che ha forti e storici legami con l’Eni, ritiene che gli italiani possano contribuire a stabilizzare la Libia e a limitare le pretese energetiche della altre potenze visto che proprio l’Eni continua a fornire l’80% dell’energia ed è una compagnia chiave per lo sfruttamento del gas nel Mediterraneo orientale».

A noi? Forse le cantine

Haftar ma non troppo, la valutazione di Alberto Negri. Haftar l’americano ma con la forza delle armi russe abbastanza male usate (sette mesi per la guerra lampo promessa e mai finita). «Chi non controlla il petrolio non controlla la Libia. Haftar ha le mani sui terminali nella Sirte ma non può esportare legalmente il suo greggio. Ha contratto una montagna di debiti con russi ed egiziani. È ovvio che i russi non fanno nulla per nulla e che agli americani potrebbe non dispiacere in Libia un dittatore come l’egiziano Al Sisi, in una sorta di condominio in cui a noi riserveranno, nel nostro assordante silenzio, i piani bassi. Forse le cantine».

AVEVAMO DETTO

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