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venerdì 13 Dicembre 2019

Iraq, la polizia massacra la rivolta. Governo corrotto a colpa Usa-Iran

Baghdad reprime la mobilitazione popolare con violenza inaudita, ma le strade si riempiono sempre di più e chiedono lo smantellamento del sistema di potere. Almeno 29 uccisi a Nassiriya, dato alle fiamme il consolato iraniano a Najaf. La rivolta in Iraq irrompe nella città santa sciita

«Le strade sono piene di sangue»

«Sparano al petto, al collo, alla testa. È come un’esecuzione. Le strade sono piene di sangue», racconta un manifestante ad Amnesty. In piazza Tahrir, nel centro di Baghdad, sul “muro dei desideri” della protesta la scritta: «Voglio che il bagno di sangue finisca». Ma non finisce. Anzi. Ieri la polizia irachena ha ucciso almeno 29 persone a Nassiriya, nel sud sciita. Una repressione violentissima contro tutte le molte e diverse facce della rabbia popolare che è scesa in piazza dal primo ottobre.

Le diverse facce della rabbia

«La faccia creativa quella dell’autogestione di Tahrir, quella disobbediente degli scioperi e dei blocchi di porti e giacimenti petroliferi a Bassora, quella rabbiosa di chi assalta i simboli del potere, la Zona Verde nella capitale e i consolati iraniani a sud», scrive Chiara Cruciati sul Manifesto.
Dall’inizio della rivolta si stima siano circa 350 le persone che hanno perso la vita e 15mila i feriti. «Nonostante la linea dura, la repressione sanguinosa e i reiterati coprifuoco, però, la popolazione continua a scendere in piazza a protestare», scrive Umberto De Giovannangeli sull’Huffington Post.

Usa e Iran i nemici della rivolta

«Sistema, figlio dell’occupazione Usa dell’Iraq nel 2003». Povertà, diseguaglianze, disoccupazione giovanile, strapotere delle compagnie petrolifere straniere che estraggono il greggio e lo vendono all’estero lasciando senza elettricità le città irachene, e le campagne poverissime svuotate da siccità e mancata ricostruzione. La popolazione incolpa gli Stati Uniti per la crisi storica del Paese travolto dalla guerre e ora l’Iran, per l’influenza che esercita sul governo nazionale ad egemonia sciita, incapace e corrotto e ora anche assassino di Baghdad.

Il nemico esterno

La rivolta irachena ha dunque individuato il nemico esterno. «Una folla di manifestanti ha dato alle fiamme il consolato iraniano nella città santa sciita, urlando “l’Iran fuori dall’Iraq”. Il personale diplomatico iraniano era stato evacuato prima dell’attacco. Secondo testimoni, le forze di sicurezza hanno usato lacrimogeni e pallottole vere per disperdere i dimostranti. Sei di loro sono morti e 50 sono stati feriti durante gli scontri. Dopo l’attacco, nella città è stato imposto il coprifuoco»,  i dettagli sull’Huffpost.

Potere disposto a tutto

La risposta governativa è uno Stato di polizia. «Alle pallottole sui manifestanti Baghdad ha aggiunto ieri “cellule di crisi”, team di militari e autorità locali chiamati a gestire i servizi di sicurezza per fermare la protesta. Si tenta anche la via falsamente pacifica, con la rimozione del comandante dell’esercito a Nassiriya, il generale Jamil Shummary, ordinata dal premier Abdul Mahdi», denuncia Chiara Cruciati. Durante i funerali i manifestanti hanno circondato il quartier generale dell’esercito per impedire l’arrivo di rinforzi militari.

Le piazze non arretrano

«Vogliamo lavorare, vogliamo lavorare». Fonti ufficiali riferiscono che dal 2004, a un anno di distanza dall’invasione statunitense che ha determinato la cacciata e l’impiccagione di Saddam Hussein, circa 450 miliardi di fondi pubblici sono svaniti nelle tasche di politici e uomini di affari. De Giovannangeli puntiglioso: «Non solo i ministri sono spesso implicati nelle frodi, ma il settore pubblico è sovradimensionato e facile da truffare e si contraddistingue per i migliaia di impiegati “fantasma” che percepiscono stipendi, senza in realtà lavorare». E su 328 parlamentari iracheni, 273 non hanno voluto svelare la loro situazione finanziaria al Comitato per l’integrità.

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