• 24 Febbraio 2020

Prigioniero della politica della forza Israele litiga anche con se stesso

Israele oltre i Netanyahu?

La situazione in Israele si va facendo di giorno in giorno sempre più confusa. Netanyahu è ormai entrato nel mirino della magistratura e il Procuratore generale Mandelblit chiede la sua testa. Deve rispondere di corruzione in un caso, per avere brigato con un magnate delle telecomunicazioni a cui avrebbe (dice l’accusa) garantito favori e attenzioni in cambio di articoli a lui favorevoli. La stessa cosa dice la Procura generale avrebbe fatto con un quotidiano, Yediot Akhrnot, mentre nel terzo caso l’attuale premier israeliano (pro tempore) si sarebbe fatto donare champagne e sigari per la bellezza di quasi 200.000 dollari. Le accuse andranno provate, certo,  ma non giovano di sicuro a Netanyahu per navigare a testa alta nei procellosi mari della politica dello Stato ebraico.

Paese in guerra con se stesso

Con Netanyahu viene messo alla sbarra tutto un sistema di potere su cui si sarebbe retto l’establishment israeliano negli ultimi decenni. E infatti la stampa di Gerusalemme ricorda il non invidiabile primato di Netanyahu: essere il primo Presidente del consiglio a subire una vasta indagine per corruzione. Questa scoppola si aggiunge a quella patita in campo politico-amministrativo, dove in pratica il Likud di Netanyahu non è riuscito a formare un governo di coalizione con il centro-sinistra di Benny Gantz e con Israeli Beitenu, la formazione che difende i coloni ebraici nei territori occupati capeggiata da Avigdor Lieberman. Anche in questo caso, regna sovrana la confusione, dopo due elezioni servite a niente e dopo settimane di colloqui infruttuosi fatti di veti incrociati. Tra le altre cose c’è una novità anche dentro il Likud: Gideon Saar, principale avversario di Netanyahu dentro il partito, vuole le primarie e mira al ribaltone.

Diplomazia ed economia

La crisi politica e quella giudiziaria che colpiscono come una valanga l’establishment di Gerusalemme si aggiungono a quelle economica e diplomatica. L’altro ieri un’inchiesta del quotidiano Haaretz puntava l’indice contro le caratteristiche sempre più schizofreniche del sistema produttivo e distributivo di Israele. In effetti, l’analisi dei trend lascia esterrefatti. Il Prodotto interno lordo nell’ultimo quarto è aumentato di uno strabiliante 4,1%. Un indicatore che testimonia la vivacità di diversi settori produttivi del Paese. Ma c’è un problema. Se il comparto privato naviga a gonfie vele grazie all’intraprendenza di investitori, o imprenditori e lavoratori, l’economia pubblica si sta scavando la fossa. Si vive di spese correnti e il sistema fiscale non funziona, mentre il deficit pubblico è una specie di pozzo di San Patrizio, che brucia risorse in maniera incalzante.

La frammentazione politica costa

Secondo gli analisti israeliani manca una politica economica di lungo periodo, di ampio respiro. E questo probabilmente è dovuto a una stagnazione complessiva dell’architettura istituzionale del Paese. Maggioranze costruite col bilancino del farmacista e governi messi assieme con lo scotch non possono garantire politiche di indirizzo compiute. Si galleggia insomma, e oltre a mandare in sofferenza l’economia un tale stato di emergenza ideologica incide su una diplomazia che il più delle volte pare studiata solo il giorno prima. Insomma, Israele deve far capire quello che vuole, ma prima di tutto lo devono far capire i suoi cittadini, che hanno ingessato la nazione non riuscendo a esprimere una maggioranza concreta. Questo pone il Paese in uno stato di intrinseca debolezza, azzerandone il potere contrattuale ed esponendolo a scelte strategiche che spesso si confondono con quelle tattiche.

Troppi nemici poco onore

Gli israeliani sanno cosa vogliono veramente? Per ora l’emergenza militare è costante e pone gli alti comandi dello Stato ebraico di fronte alla necessità di dover combattere su tre fronti: il Golan a nord, la Striscia di Gaza a sud e la Siria infiltrata dagli iraniani a est. Netanyahu vorrebbe più chiarezza dagli Stati Uniti su quest’ultimo versante, ma gli analisti dicono che i rapporti tra la Casa Bianca e gli ayatollah non sembrano proprio trasparenti. L’ultima cosa che Trump vuole è una guerra del Golfo Persico alla vigilia delle elezioni presidenziali per la Casa Bianca. Questo Khamenei lo sa. Ma sa anche che nell’amministrazione repubblicana attuale esistono molti “duri e puri” che farebbero volentieri i conti con Teheran.

E ora ‘rischio Trump’

L’ondata di proteste che ha attraversato il colosso sciita negli ultimi giorni è stato determinato da aumenti improvvisi del costo della benzina e dal suo razionamento. Bene, tutti sanno che l’instabilità sociale ed economica dell’Iran in questa fase è direttamente proporzionale all’impatto che stanno avendo le sanzioni. Un’arma che funziona ma che deve essere dosata evitando di provocare incendi inestinguibili. Come si vede, tutto si lega. Anche le rivolte per il pane che si sono recentemente registrate nell’Irak centrale fino al sud, nella provincia di Bassora.

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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