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venerdì 13 Dicembre 2019

Oltre il muro di Berlino, memoria negli oggetti di vita quotidiana

’C’era una volta il muro’, nei trentanni dalla ricorrenza l’ARCI a Milano, zona Navigli. Dal venerdì a domenica a discutere di storia, riflettere di politica, ascontare vicende e anche musica, e guardare opere d’arte e oggetti di vita quotidiana, «Una valigia di oggetti dalla DDR», ’Visita guidata’ a cura di Isabella Amaduzzi.
Che Remocontro ha catturato.

DDR, De De Erre, Deutsche Demokratische Republik, Repubblica democratica tedesca, Germania dell’Est, Germania comunista

«Sono passati già 30 anni da quando è caduto il Muro di Berlino. Qualcuno dirà sono passati solo trent’anni, troppo pochi per un bilancio sulla presunta fine della Guerra Fredda. Pochi o tanti che siano, la caduta del Muro ha aperto una breccia e ha lasciato un vuoto».

La storia del design, ossia la storia degli oggetti intesa come storia del quotidiano, può essere un modo diverso attraverso cui ricordare e far conoscere la cultura e la vita di un paese creato, vissuto e scomparso nel giro di 40 anni.

Nell’autunno del 1989 si dava chiaramente inizio a qualcosa di nuovo, di diverso e questo qualcosa avrebbe visto partecipe, fra l’altro, il mondo degli oggetti di tutti i giorni, dalle tazze per il caffè ai nomi delle strade, dalle automobili ai libri, dalla pastina in brodo al denaro. La cultura del progetto della Germania dell’Est si presta bene da un lato come caso studio – praticamente sconosciuto – dove poter collocare progetti che per quasi mezzo secolo sono stati dimenticati dai manuali e dalle ricerche storiche, in seconda battuta un terreno dove discutere temi del design, sempre attuali, quali la formazione del designer, la proprietà intellettuale, i rapporti tra design e altre discipline progettuali nonchè un’occasione per ricordarsi della valenza emozionale degli oggetti che ci circondano.

Ostalgie

Si tratta di allontanarsi dagli aspetti istituzionali e strettamente politici ed accedere al regno dei rituali quotidiani. Una delle parole magiche per entrare nella storia del design della DDR è: Ostalgie ossia nostalgia dell’Ost quindi nostalgia dell’Est. La parola ha fatto la sua comparsa ufficiale nella lingua tedesca nel 1993 per definire il rimpianto del mondo e del tempo racchiusi in una nozione di Est che continua ad esistere nella percezione, nei comportamenti e nell’immaginario collettivo nonostante la sua cancellazione dall’atlante geografico. Ostalgie dunque come poetica della quotidianità, un sentimento nato dalla rapida ed euforica cancellazione di quanto era sicuro e normale prima della caduta del Muro.

Rivivere il proprio vissuto

La memoria ostalgica è un’interpretazione, una riscrittura del proprio vissuto, proiezione di un presente abbandonato dall’utopia e schiacciato dal peso delle responsabilità politiche ed ideologiche. Qualcosa di simile lo potremmo provare se nel giro di una settimana dagli scaffali dei supermercati scomparissero i prodotti che da decenni siamo abituati a comprare, semplicemente sostituiti da altri o se le strade della nostra città nel giro di poco tempo venissero rinominate o se il nostro titolo di studio non valesse più. Al disorientamento iniziale seguirebbe forse un processo di lettura del passato e del presente senza per forza valenze restauratrici, una fase di disincantata nostalgia.

Qualità delle cose e quella della vita

Dopo il crollo del Muro e dopo l’unificazione delle due Germanie, la neo-realtà tedesca e il quotidiano vennero riscritti con un nuovo linguaggio, che rese straniero anche ciò che era consueto. La qualità per lo più scadente, la tecnologia obsoleta, la proverbiale scarsità, l’aspetto un pò dimesso e fuori moda che avevano costituito motivo di scontento popolare per 40 anni, dopo un primo abbandono, si sono trasformati in marchi di riconoscimento e segni di appartenenza. Un processo di risignificazione degli spazi e dei luoghi. Man mano che si procedeva alla distruzione e ricostruzione edilizia, all’imposizione di nuovi nomi alle strade, alla rimozione di simboli e monumenti cresceva il disorientamento e aumentava il rimpianto di un paesaggio smarrito; i cittadini della ex DDR hanno imparato a vivere come gli emigranti senza però essere stati costretti ad abbandonare la propria terra di origine.

Passato chiuso in un museo

Di fronte a questo disorientamento due sono state le reazioni; da una parte abbiamo la risposta del sistema liberale e consumistico: ecco allora il proliferare di Musei della DDR, ecco che l’omino del semaforo dell’ Est è diventato un gadget della Germania unificata e che le Tempo Linsen (lenticchie della DDR) si possono acquistare online anche con il vecchio packaging. Dall’altra la riflessione e la ricostruzione di un sistema di riferimenti attraverso la storia e anche la storia degli oggetti d’uso. E allora per questo forse vale la pena di organizzare un viaggio non solo a Berlino, ma anche a Eisenhüttenstadt, ex Stalinstadt, città artificiale nata per il Kombinat dell’acciaio e sede oggi del Centro della Documentazione della DDR, che non ambisce ad essere una tradizionale ricostruzione museale della vita tedesca orientale quanto una raccolta di oggetti e ricordi volta evidenziare il processo di autodissoluzione di una società.

Dissoluzione della Stato più rapida dei ricordi

Lo stato DDR si è dissolto assai più velocemente della prassi sociale dei suoi cittadini, della loro mentalità, delle abitudini, della lingua e del loro ambito oggettuale. Ecco allora che il museo è stato concepito come museo della cultura quotidiana, 90.000 oggetti che costituiscono, soprattutto attraverso i donatori e i loro commenti, una sorta di autointerpretazione del proprio passato. La storia appunto. Uno spaccato di comportamenti collettivi e socialmente determinati che rinviano ad un contesto reale. Un luogo dove riscoprire tra l’altro la purezza e linearità del servizio Rationell di Margarete Jahny o il successo ancora oggi imbattuto dei mobili di Rudolf Horn. Designer fino a 30 anni fa rimasti nell’ombra di una ideologia che aborriva e proibiva la proprietà intellettuale. Non in ultimo, la storia europea non può essere scritta escludendo quanto è accaduto e accade in quelli che erano i Paesi appartenenti al Blocco Orientale. La modernità come progetto è di fatto anche figlia di quei paesi ad est della cortina di ferro.

Jean Paul Friedrich Richter. Il ricordo è l’unico paradiso dal quale non possiamo essere cacciati.

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