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sabato 7 Dicembre 2019

Iran proteste, morti, feriti e arresti: le colpe di Teheran, degli Usa e Ue

Internet ancora oscurato dalle autorità per impedire il dilagare della protesta. Amnesty denuncia: centinaia di morti. Gli iraniani traditi da Bruxelles che non ha mai reagito alle sanzioni unilaterali statunitensi

Sanzioni, proteste, repressione

«È una stagione di dissenso, in Iran come in Iraq e in Libano». Non solo Teheran, ci dice Farian Sabahi sul Manifesto, che l’Iran ce l’ha nel sangue, assieme alla cittadinanza italiana. Senza sconti Farian. «A muovere le piazze sono le ingiustizie economiche, la disoccupazione, la corruzione, l’aumento delle tasse, la sfiducia in politici incapaci di gestire la cosa pubblica». Il regime degli Ayatollah senza sconti, con alcune considerazioni utili e valide per tutti, a prescindere da diverse tifoserie. «Nei diversi paesi, le reazioni di chi comanda sono le stesse: reprimono i dimostranti, li accusano di essere al soldo di paesi stranieri, oppure cavalcano le proteste cercando di ottenere un vantaggio sui propri avversari».

Chi reprime e chi ha lasciato accadere

«Per fermare il dissenso, la macchina repressiva della Repubblica islamica sta facendo morti e feriti e arrestando migliaia di persone. Vittime non solo di un regime feroce con i suoi cittadini, ma anche di un Occidente che ha isolato l’Iran e gli iraniani». Dura nei suoi giudizi Farian Sabahi, ma di difficile contestazione. «Se, come denuncia Amnesty International, centinaia di persone sono state uccise, è a causa dell’embargo imposto dall’amministrazione Trump, che ha mandato a monte l’accordo nucleare». Affermazione chiave, il puntino sulle i, le origini del disastro in corso pagato sulla pelle dai cittadini iraniani, tra quasi fame, rabbia e repressione spesso crudele. Solo colpa di Trump e dei suoi amici israeliani e sauditi?

Le gravi colpe dell’Europa

«I morti e i feriti sono colpa anche dell’Europa che, asservita agli interessi degli Stati uniti, non è stata in grado di tenere aperto il canale del business e, di pari passo, quello del dialogo con Teheran. Se Bruxelles ne fosse stata capace, il governo Rohani avrebbe rilanciato l’economia e continuato a vendere petrolio, senza dover togliere i sussidi alla benzina». Insomma, per chi la società iraniana la conosce dall’interno, il macello occultato che sta ferendo l’Iran ha molti complici. E spesso sono i dettagli che meglio descrivono. Esempio, il blocco di Internet. «Strumento diabolico usato dalle Guardie rivoluzionarie per impedire il dilagare del dissenso. Dopo la prima giornata di blocco totale, si riesce a parlare per telefono e funzionano gli sms, ma non le mail e le app in rete come WhatsApp».

Partita di potere e di paura

Considerazione logica, i pasdaran hanno avuto paura che nonostante i 40 anni del loro potere dalla rivoluzione, questa volta qualcosa potesse andare storto, «anche perché queste ultime proteste sono scoppiate in maniera spontanea prendendo di mira, sin da subito, tutta la classe politica». In Iran come in Iraq e in Libano. Nulla più come prima, e Farian Sabahi per aiutarci a capire usa la storia. «Le proteste di fine 2017 e inizio 2018 erano state scatenate dagli ultraconservatori che speravano di aizzare la popolazione contro Rohani, ma presto si erano resi conto che la rabbia non veniva diretta solo contro i moderati». L’aggiornamento storico arriva addirittura alla rivolta popolare del 1951-53: anche allora embargo petrolifero deciso da una potenza occidentale. Allora l’Impero britannico prima che cedesse potere e royalties varie agli Stati Uniti.

Da Mossadeq sempre puzza di petrolio

Nel 1951 furono gli inglesi a impedire agli iraniani di esportare greggio dopo la nazionalizzazione voluta dal premier Mossadeq, visto che la società petrolifera anglo-iraniana pagava più tasse a Londra che royalties a Teheran. «Gli inglesi abbandonarono il campo, mettendo in difficoltà l’industria petrolifera iraniana. Per riprenderne possesso, ne fecero di tutti i colori». Trump insomma non ha inventato nulla, ma ha solo aggiornato i modi della prepotenza. Mossadeq riuscì ad averla vinta sul petrolio salvo poi finire in carcere per il colpo di Stato dalla Cia, ‘Operazione Ajax’, nel 1953. Cia pasticciona che ci riesce con l’aiuto svelato recentemente degli ayatollah che in piena guerra fredda erano spaventati dalle simpatie del premier per i comunisti e per questo assoldarono bande di teppisti.

Crisi attuale, il peggio e le vergogne

«Ora, l’embargo petrolifero è opera di Trump». Sul ruolo della Cia oggi meglio non investigare troppo. Problema: le esportazioni iraniane di greggio sono scese da 2,4 milioni di barili al giorno a meno di 500mila. Petrodollari ridotti ad un quinto del recente passato, «governo che deve tagliare quei sussidi ai generi di prima necessità che da decenni servono a raccogliere consenso tra la popolazione». I sussidi servivano anche a pagare la benzina una cifra irrisoria, ma venerdì è esploso tutto. Formalmente per la benzina, di fatto per molto altro. «La risposta dei pasdaran è stata feroce, ma una buona dose di responsabilità per quello che succede, morti, feriti, arresti, -insiste Farian Sabahi- è da imputare anche a Washington e a Bruxelles». Il rispetto Usa dell’accordo sul nucleare, la fine delle sanzioni, e Iran aperto non solo agli investimenti ma anche ai diritti dei suoi cittadini.

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