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sabato 7 Dicembre 2019

Inaffidabile e costoso alleato Trump nano politico a bottega

Essere alleati di Donald Trump costa caro rileva Pierre Haski, su France Inter. A Seoul fattura Usa quintuplicata, da 900 milioni di dollari nel 2019 a cinque miliardi di dollari nel 2020 per lo ‘sceriffo Usa’ in difesa del Cattivo Kim atomico a Nord e dalla Cina vicina.

Alleati di Trump non è un affare

Essere alleati di Donald Trump costa caro e spesso è politicamente un pessimo affare, rileva con molta severità  Pierre Haski, su France Inter, in Italia attraverso Internazionale. Alla alleata storica Corea del Sud, l’immobiliarista miliardario attualmente alla Casa Bianca ha presentato il conto della difesa Usa garantita da sempre sul fronte Nord Corea neo atomica, ma soprattutto dalla superpotenza Cina. Interessi strategici statunitensi chiave tutti in conto a Seoul, nella contabilità Trump, con fattura quintuplicata, da 900 milioni di dollari nel 2019 a cinque miliardi di dollari nel 2020 per lo ‘sceriffo Usa’ in difesa del Cattivo Kim atomico a Nord. Quasi da dire che uno come Trump conviene averlo nemico, visto che al massimo ti bombarda di tweet di minaccia ma poi ci ripensa sempre. Ma è solo una battuta.

3 anni e credibilità Usa azzerata

«Gli Stati Uniti mantengono 28.500 soldati sul territorio sudcoreano, eredità della guerra di Corea dell’inizio degli anni cinquanta e della tensione mai svanita con la Corea del Nord. Per questa presenza e per la conseguente protezione offerta in caso di aggressione, Washington batte cassa». Il conto era già aumentato dell’8 per cento quest’anno,  ma a Trump non è bastato. La moltiplicazione per cinque da un anno all’altro diventa quasi atto di guerra che ovviamente ha indispettito la Corea del Sud. Sudcoreani scandalizzati, senza distinzioni di orientamento politico. «Anche la destra conservatrice, che di solito sfila sventolando la bandiera statunitense per ricordare la fratellanza d’armi, ha espresso tutta la sua indignazione».

Logica contabile e non geopolitica

Nel sollecitare l’antiamericanismo nel mondo, Trump è ormai imbattibile. A Seoul, davanti all’ambasciata degli Stati Uniti sono accampati manifestanti per denunciare una “mancanza di rispetto” nei confronti di un alleato fedele in una delle aree più delicate del pianeta. Il problema -rileva Pierre Haski-, «è che fin dall’inizio del suo mandato Trump gestisce la alleanze con una logica contabile e non geopolitica». Bottegaio, dicevamo, e ci scusiamo con gli onesti commercianti che faticano a bottega. I sudcoreani sono disposti a pagare di più, anche in ragione della riuscita economica del paese, ma a ritengono assolutamente sproporzionato, offensivo oltre che disonesto, il passaggio da un aumento dell’8 per cento già accettato a una richiesta quintuplicata.

Chi si fida di Trump è perduto

«I mezzi d’informazione sudcoreani sottolineano che la vicenda potrebbe avere gravi conseguenze sull’alleanza militare tra i due paesi, anche se difficilmente la Corea del Sud si priverebbe dell’ombrello americano davanti a una Corea del Nord nuclearizzata». Nel fine settimana Seoul ha annunciato una trattativa con la Cina per concludere un accordo sulla difesa che possa “garantire la stabilità regionale”. E non è soltanto in Asia. In Europa Trump aveva inaugurato i suoi rapporti con i paesi della Nato accusandoli di non spendere abbastanza per la loro difesa. La vicenda sudcoreana esalta il dubbio del presidente francese sullo stato di “morte cerebrale” della Nato». Quale sia la testa più morta si può discutere, ma il capo della diplomazia tedesca Maas ha proposto un confronto vero sul futuro della Nato prima di celebrare i settant’anni dell’alleanza il 3 e 4 dicembre a Londra. A discutere sulla difficoltà di essere alleati di Donald Trump.

Ritiro dalla Siria si-no-ma e come

L’inaffidabilità politico militare Usa con Trump si è esaltata in Siria (l’Italia l’aveva già assaggiata con la Libia tra Sarraj e Haftar). Il problema non è il ritiro delle truppe americane da un teatro di guerra lontano. «Il problema è la modalità della decisione, il momento scelto per il ritiro, le conseguenze e soprattutto la mancanza di lealtà nei confronti degli alleati» (sempre Haski). Nel caso della Siria, il nocciolo della questione è il destino degli alleati curdi degli Stati Uniti, fondamentali nella lotta contro lo Stato islamico e abbandonati da Trump davanti alla minaccia dei turchi. Ed è l’affidabilità degli Stati Uniti a essere chiamata in causa. Dubbi che attraversano adesso persino l’Israele di Netanyahu o la Polonia che vorrebbe una base americana in casa, ma che forse ci ripensa. Tutti in attesa di un dopo Trump, e altri 5 anni di attesa appaiono troppi a molti.

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