
I ‘Xinjiang Papers’ sembrerebbero confermare in parte testimonianze e report di ong che denunciano da tempo la repressione del governo contro gli uiguri e l’esistenza di campi di detenzione, sparando la enorme cifra di un milione di persone detenute. Studi, inchieste e report di organizzazioni umanitarie che le Nazioni Unite hanno definito «credibili», salvo le dimensioni del fenomeno.
Il governo americano, all’interno dello scontro commerciale e tecnologico in corso con Pechino, ha spinto più volte per una condanna internazionale dell’operato cinese nella regione. «Al momento il New York Times ha fornito un riassunto e alcuni estratti dei documenti, traducendone solo uno in inglese», precisa Simone Pieranni sul Manifesto. La Cina ha risposto sostenendo che si tratta di fake news prodotte da forze anti-cinesi.
Il Xinjiang è una regione autonoma nel nord occidentale cinese e la più grande divisione amministrativa del paese. E’ abitato in maggioranza dalla popolazione turcofona e musulmana degli uiguri. La regione, importante ricordarlo, è strategica per Pechino perché confinante con otto stati, Mongolia, Russia, Kazhakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e la parte di Kashmir amministrata dall’India e per le sue risorse.
Anni addietro fu lanciata la campagna Go West per incentivare imprenditori di etnia cinese ad avviare attività nella regione, «con la speranza che l’aumento del tenore di vita spegnesse istanze autonomiste». Secondo gli uiguri, in realtà questo sviluppo è stato solo a vantaggio della popolazione han, l’etnia maggioritaria del paese (il cinese da noi abitualmente conosciuto), che via via è diventata una parte sempre più consistente della regione.
Poi, dopo i primi attentati, le direttive di sicurezza in documenti del pubblici del governo centrale. Controlettura: arresti di massa e campi prigione. Pechino non ha mai negato l’esistenza dei campi, né le politiche di controllo effettuati nella regione ma ha sempre negato un piano sistematico indirizzato a detenzioni di massa. La Cina, in un libro bianco sulla regione si è sempre difesa sostenendo che si tratta di «campi di rieducazione», dovuti alla minaccia terroristica. «Luoghi di grande serenità che mirano a una riqualificazione delle persone arrestate». Difficile da credere.

«Si tratta di una mole documentale incredibile, formata per lo più da discorsi di Xi Jinping, di altri funzionari e direttive interne del Pcc». Lettura e verifiche necessarie difficili. E per il momento è solo un ‘sommario’ molto sintetizzato (e quindi potenzialmente molto manipolato). Ipotesi per una analisi:
Lo scoop uscì nell’ottobre del 2012, in prossimità del diciannovesimo congresso che pose Xi Jinping al vertice del partito facendo prevalere la linea politico-economica di più intervento statale e meno privato, «al contrario delle idee di Wen Jiabao e dei suoi protetti». Wen Jiabao, ci ricorda Simone Pieranni, bruciato politicamente da quelle rilevazioni giornalistiche.
«Da tempo ci si chiede se esista un’opposizione interna al dominio di Xi Jinping: forse i Xinjiang Papers potrebbero essere l’evento capace di insinuare che qualcuno all’interno del Pcc non è in linea con Xi». Tornando alla parte di documenti resi noti (chi ha scelto cosa) la Cina nega gli arresti di massa. Nei documenti sarebbero contenuti alcuni discorsi privati di Xi Jinping ai funzionari «poche settimane dopo che i militanti uiguri avevano pugnalato 150 persone in una stazione ferroviaria cinese, uccidendone 31» durante i quali Xi chiede una «lotta totale contro il terrorismo, l’infiltrazione e il separatismo», col seguito di frasi di maggior durezza e minore credibilità.
Altri documenti riportano nel dettaglio le misure di controllo sulla popolazione civile con qualche margine di credibilità : telecamere, droni mascherati da piccioni (?), filo spinato, raccolta di dati biometrici, monitoraggio delle comunicazioni e dei movimenti. Tra le rivelazioni più interessanti emergono i segni di una spaccatura interno al partito. In Xinjiang sono state condotte ben 12.000 indagini su funzionari sospettati di boicottare le controverse misure. Sebbene per anni Pechino sia riuscito a mitigare le critiche della comunità internazionale approfittando dell’assenza di prove ufficiali, gli ultimi leak rendono la posizione cinese sempre più difficile [fonte: NYT]

Ma qui le stesse verosimiglianza si assottigliano. ‘La virtù del dubbio’ oggi più che mai, avendo comunque la quasi certezza e da altre fopnti pubbliche più certificate e credibili, che i diritti umani della minoranza uiguri musulmana in Cina siano oggettivamente minacciati, e questo senza le sospette rivelazioni di parte americana attraverso i Xinjiang Papers.