• 21 Febbraio 2020

Pubblicità ammiccante nel sistema mediatico

Un quotidiano al bar

Sfogliando un quotidiano al bar mi è apparsa a tutta pagina la pubblicità di un’azienda che produce oggetti per la casa e per il giardino. Brutta graficamente (ma non è una novità), urticante per i contenuti: una donna mezza nuda ritratta con una specie di aspirapolvere in mano e in una posizione poco adatta per quel tipo di lavoro. Culetto all’infuori, ammiccante, che dovrebbe nelle intenzioni dell’agenzia pubblicitaria, attirare l’attenzione morbosa dell’italiano medio. Mi cadono le braccia.

Il barbiere, intercettando lo sbigottimento da malumore mediatico, mi avverte: non partire subito con la storia del corpo femminile svenduto dai pubblicitari per vendere un prodotto, così è. Il trash vale come dimensione culturale, tu sei all’antica e leggi su carta, ma guarda qualche ora di tv e goditi l’orrore del tempo, il caleidoscopio di corpi esposti come al mercato, di amorazzi e ululati, d’imbecilli che dominano la scena e della declinazione naturale di tutto questo in un’informazione sguaiata che non racconta, ma costruisce la realtà. Una realtà imbambolata, rifatta come le labbra di Nina Moric, gonfiata come vitelli anabolizzati e nel contempo priva di qualunque senso critico, etico ed estetico.

L’arringa del barbiere, maoista e alchimista, mi spalanca il dubbio. Ha ragione, e mica solo sui programmi d’intrattenimento stupido delle persone, di gossip o ragionamenti col microfono in mano tra adulti che sembrano all’asilo infantile; è il racconto generale, la furia delle arene giornalistiche televisive a rendere ogni forma di riflessione politica un ululare stanco e un aizzare la gente su questioni inessenziali, dimenticando di puntare i riflettori con determinazione e coerenza sui problemi enormi che viviamo e che ci rendono fragili, poveri, schiavi degli interessi privati di pochi oligarchi che agiscono contro il bene comune, quindi contro il nostro interesse.

Però, eccepisco, non è che dobbiamo ogni volta attraversare il deserto dei massimi sistemi. Anche una piccola cosa ci deve fare indignare. Io mi sono indignato di fronte alla pubblicità che usa un corpo femminile per vendere un rastrello o un trattore. Punto. Che le arene mediatiche siano tragicomiche è evidente, e anche che ci siano programmi condotti da spregiudicati che aizzano la gente. Però se su un giornale nazionale trovi una simile caduta di stile vuol dire che i controlli di qualità, e il buon senso, si sono abbassati e tanto.

Il barbiere sbuffa, considera giuste le mie obiezioni, cerca di coniugare il fastidio per la pubblicità pruriginosa e la necessità di comprendere l’insieme che genera questa bruttezza epocale che gentilmente ci ammansisce e ci toglie visione. Prende il giornale, strappa la pagina della pubblicità, la accartoccia e la getta nell’immondizia. Fare del pensiero un’azione. Non lo dici sempre tu?

Antonio Cipriani

Antonio Cipriani

Giornalista con una vocazione per il lato oscuro delle storie ufficiali, dopo una lunga esperienza all’Unità ha studiato e realizzato progetti editoriali che avessero al centro la democrazia dell’informazione. Ha partecipato alla costruzione di E Polis, di DNews e di Globalist syndication. Stagione professionale chiusa, si sta dedicando a nuovi idee. Dopo aver contribuito all’invenzione del progetto editoriale-artistico Emergenze, il cui collettivo ha dato vita all’Edicola 518, ha realizzato la rivista artistica e rurale Magnifica Terra e ha fondato Vald’O, la vineria letteraria a San Quirico d’Orcia. Crede nel giornalismo di strada e nei progetti territoriali, culturali, artistici e narrativi, soprattutto con giovanissimi e pensionati.

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