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venerdì 13 Dicembre 2019

Arroganza ArcelorMittal e la favola balcanica del ‘Pesciolino d’oro’

Raccontini che viaggiano in tempi spesso lontani e con attualità diverse attorno. Difficile districarsi tra Venezia e Taranto che stanno affondando assieme. Che c’entra l’acqua alta e la siderurgia del ricatto con questa fiaba balcanica che ho ritrovato tra vecchi appunti? Forse niente. O forse molto.

Foto dal libro di Angelo Mellone, ‘romanzo di una catastrofe’, librimondadori.it

Dalle Mille e una notte al Pesciolino d’oro

I Balcani del lungo dominio ottomano, che anche di quella cultura sono figli. Di memoria ottomana, soprattutto le leggende e le fiabe, da Le Mille e una notte, dove in genere quella che avanza alle mille, diventa sistematicamente la notte fatale, al Pesciolino d’oro della mia amata Sarajevo.

Sarajevo 1993 o 94 o 95

C’è una fiaba che ho appreso a Sarajevo 25 anni fa, sintesi perfetta tra la cultura ottomana che ancora permea quelle terre lacerate, e l’umorismo amaro di impronta slava che l’arricchisce. Storia da Mille e una notte, dove quella che avanza alle mille, è sempre notte fatale.

L’uomo affamato che con la canna da pesca sfida i cecchini per trovare cibo ai figli nelle acque avare della Miljacka, il fiume che attraversa la città. Poi un pesciolino che abbocca, ed è il pesciolino d’oro della leggenda, quello che, come la lampada di Aladino, può esaudire ogni tuo desiderio.
«Se mi liberi potrai avere ciò che vuoi».
«Vorrei, vorrei, vorrei essere un principe, risvegliarmi con la mia famiglia in una reggia splendida, ricco e servito».
«Così sarà», promette il pesciolino d’oro che guizza via libero.

La notte nella cantina fetida e gelata dove si rifugiano dalle bombe, coi corpi di moglie e figli ammucchiati alla ricerca di calore, il dubbio della beffa da parte di quello strano pesciolino parlante.
Poi il sonno che fa da pausa alla disperazione.
Tra sogno e risveglio, l’uomo coglie la morbidezza delle piume e la delicatezza di lenzuola di lino. E ad occhi socchiusi intravvede una stanza enorme, di cui non vede la fine, e dal fondo le ombre di paggi e damigelle che si avanzano nella penombra della stanza con vassoi di cibo e bevande, preceduti da una dama bellissima che ha le fattezza della moglie, com’era prima dei quattro anni di guerra e di miseria.
Un bacio ed una sollecitazione: «Svegliati Ferdinando. Ci aspettano a Sarajevo».

Dagli Asburgo agli ArcelorMittal di arroganze imperiali

Senza dover risalire agli Asburgo e alla fine del principe Ferdinando ucciso a Sarajevo, l’attentato che diede il via alla prima guerra mondiale, questa favola, scopro in questi giorni, rappresenta molto delle mie personali paure sul confronto in corso tra governo sindacati e i ‘franco indiani’ della ArcelorMittal. La paura di un altro Pesciolino d’oro. Le promesse non mantenute o, peggio, l’inganno dietro l’apparente sogno avverato.
Piango per Venezia per quanto subìto, certo però che il mondo vorrà comunque salvarla, ma tremo per Taranto, per quelle 10mila famiglie che rischiano di veder cancellato il loro faticoso futuro in fabbrica, anche se spesso mette a rischio la loro stessa salute, e non soltanto la loro.

Attenti alle promesse del Pesciolino d’oro

Su ciò che sta accadendo piango e mi arrabbio. Lo devo a loro, colleghi di mio padre parecchie vite fa. La vecchia ILVA, la mia a Genova (le stesse polveri micidiali allora in fabbrica), l’operaio Ottavio detto da tutti ‘Remo’ (anche lui aveva il vizio di remare contro), morto di silicosi (i siderurgici sanno bene cos’è) quando io dovevo ancora compiere i nove anni.
Dannata fiaba del Pesciolino d’oro che mi ha portato a raccontare cose private di nessun interesse. Salvo testimoniare la mia assoluta vicinanza con l’Ilva (scusate che insisto con vecchio nome) che rischia di affondare e a quelle 10mila famiglie che di quel lavoro campano.
Governo, attento alle promesse del Pesciolino d’oro.

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