Privacy Policy In Sud America c’è golpe e golpe e ogni destra ha il suo golpe preferito -
venerdì 13 Dicembre 2019

In Sud America c’è golpe e golpe e ogni destra ha il suo golpe preferito

America Latina, continente di rivoluzioni e di colpi di Stato. Il percorso della liberazione dal dominio coloniale spagnolo e portoghese, e più recentemente dalla interferenze politiche (e non soltanto) da parte degli Stati Uniti. I golpe feroci in Cile, Argentina e Brasile, e altri ‘rovesciamenti’ non tradizionali di governo tentato, vedi Guaidò in Venezuela, e altri sull’orlo del ridicolo, in Bolivia dove ancora si litiga se sia vero golpe o no.

Indipendenza e rivoluzioni

A partire grossomodo dal primo decennio dell’Ottocento il continente latino-americano iniziò a scrollarsi di dosso il dominio coloniale spagnolo e portoghese. Cile, Argentina, Bolivia, Messico, Venezuela ed altri stati ottennero l’indipendenza con l’intervento di personaggi come Simon Bolivar e anche grazie all’appoggio di altre potenze come l’Inghilterra o gli Stati Uniti che intendevano commerciare direttamente con loro senza l’interferenza spagnola. Questa serie di rivoluzioni nazionali di stampo liberale si concluse tuttavia in una stagione di conflitti, per lo più per questioni territoriali. Inoltre, nonostante i principi affermati fossero quelli del liberalismo europeo occidentale, larghe masse di popolazione soprattutto contadina rimasero però sostanzialmente escluse dalla vita politica ed economica, e soprattutto si affermò il ruolo determinante delle forze armate nelle vicende dei singoli stati, una tendenza sopravviva tuttora.

Troppo tempo al potere

Nel 1819, esattamente due secoli fa, Simon Bolivar aveva già colto però un aspetto importante: «Non c’è cosa più pericolosa che lasciare al potere troppo a lungo un cittadino», disse. Fu il caso ad esempio di Porfirio Diaz: brillante militare che aveva partecipato alla guerra per la cacciata dal Messico dell’usurpatore Massimiliano. Diaz rimase al potere in pratica dal 1876 al 1910, anno in cui la rivoluzione di Pancho Villa ed Emiliano Zapata lo mandò in esilio in Francia. Interessante osservare che il longevo dittatore sostenne sempre di essere ispirato da principi laici e liberali. Altri due esempi a caso tra i tanti di lunghi periodi dittatoriali sono quelli del generale paraguayano Alfredo Stroessner e del medico haitiano François Duvalier: il primo, salito al potere nel 1954 per un colpo di stato, vi rimase per ben trentacinque anni (dal 1954 al 1989) e il secondo, che vinse invece regolari elezioni che in seguito si dissero però manipolate dai militari, governò incontrastato per quattordici anni (dal 1957 al 1971). Un caso particolare (anche allora) in Bolivia: il generale Hugo Banzer Suarez salì al potere nel 1971 con un colpo di stato e fu deposto nello stesso modo sette anni dopo, ma fu anche eletto regolarmente alla presidenza nel 1997, dimettendosi nel 2001 per motivi di salute,o forse per la grande rivolta nella regione di Cochabamba scoppiata l’anno precedente.

Peron

Poiché l’appoggio dell’esercito alla fine risulta più efficace di quello degli elettori, la pratica dei golpe, per insediare o deporre un politico in America Latina, risulta molto diffusa e praticata da due secoli a oggi. In alcuni casi fu necessario solo ‘minacciare’ l’intervento dei soldati per ottenere dimissioni spontanee, ma non mancarono episodi molto più cruenti come ad esempio nel 1955 in Argentina, per deporre  Juan Domingo Peron. L’aviazione della marina bombardò Plaza de Mayo a Buenos Aires: l’obbiettivo dichiarato era il palazzo del presidente, la celebre Casa Rosada, ma il bombardamento colpì invece la folla riunita in attesa di un comizio provocando circa trecento vittime civili. Nei cieli si svolse anche una piccola battaglia aerea: alcuni piloti rimasti fedeli a  Peron si levarono in volo per abbattere i ribelli, ma subirono pesanti perdite e molti superstiti dovettero atterrare in Uruguay chiedendo asilo, altri invece precipitarono sulle rive del Rio de la Plata.

Cile e Argentina

Tra i tanti, i due colpi di stato militari in Sud America che probabilmente hanno colpito maggiormente l’opinione pubblica europea, i più feroci e crudeli, restano quello del 1973 in Cile e del 1976 nuovamente in Argentina. L’11 settembre 1973 aerei dell’aviazione cilena bombardarono il palazzo presidenziale a Santiago dove con poche decine di sostenitori si era asserragliato il presidente democraticamente eletto Salvador Allende: alle centinaia di vittime dell’incursione aerea e dei combattimenti in città,  se ne aggiungeranno altre di migliaia per la feroce repressione scatenata dai golpisti. Copione simile in Argentina nel marzo 1976, quando fu deposta dai militari Isabel Martinez de Peron, terza moglie di Juan. Il regime del generale Videla rimase al potere fino all’ottobre 1983, dopo aver commesso crimini contro l’umanità nei confronti dei quali ancora oggi non si è spenta l’indignazione internazionale. In particolare, oltre all’impiego sistematico della tortura, l’eliminazione degli avversari era praticata con i famigerati ‘voli della morte’, facendo precipitare in mare i prigionieri della dittatura.

Il Brasile rimpianto da Bolsonaro

Il governo militare brasiliano, conosciuto anche come ‘regime dei Gorillas’ governò il Brasile dal 1º aprile 1964 al 15 marzo 1985. Cominciò con il colpo di Stato del 1964 e terminò quando José Sarney entrò in carica come presidente il 15 marzo 1985. Il regimò adottò il nazionalismo e l’anticomunismo come linee guida. La rivolta militare fu appoggiata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, come accaduto più e meno apertamente un tutti i colpi di Stato sudamericani. A far cadere il regime lo sgretolarsi dell’economia, l’inflazione cronica e la simultanea caduta delle altre dittature militari in Sud America. Le prime elezioni libere nel 1982. Nel 1988 viene varata una nuova costituzione e il Brasile torna ad essere ufficialmente una democrazia. Il regime militare brasiliano fu modello per altre dittature nell’America Latina. Pessimo modello, nonostante i rimpianti dell’attuale presidente Bolsonaro. Nel 2014, l’esercito brasiliano ammise la pratica di tortura e omicidio di dissidenti politici. Nel 2018, un memorandum di Henry Kissinger dell’aprile 1974 confermava che la leadership dell’esercito brasiliano era a conoscenza dell’uccisione dei dissidenti, 434 scomparsi, oltre agli 8.000 indigeni uccisi durante la dittatura.

Potrebbe piacerti anche