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venerdì 13 Dicembre 2019

Coprifuoco a Hong Kong? Quando la Cina si stufa cosa accade?

‘Gobal Times’, quotidiano in inglese del Partito Comunista Cinese annuncia la possibile proclamazione dello stato di emergenza. Intanto Xi Jinping avverte che il governo di Pechino non può più tollerare l’attuale situazione. Sottinteso, l’Esercito Popolare di Liberazione potrebbe presto ricevere l’ordine di ‘affiancare’ la polizia locale in difficoltà. L’analisi di Michele Marsonet

Avanti così non può andare a lungo

Il “Gobal Times”, quotidiano in lingua inglese del Partito Comunista Cinese, ha riportato con una certa enfasi la notizia della possibile proclamazione dello stato di emergenza a Hong Kong. Intervistata dai giornalisti, la contestata governatrice Carrie Lam non ha infatti escluso tale ipotesi, pur aggiungendo che la decisione non è ancora stata presa.

Al contempo Xi Jinping ha detto a chiare lettere che il governo di Pechino non può più tollerare l’attuale situazione nella ex colonia britannica. Ha lasciato intendere che l’Esercito Popolare di Liberazione, già presente in città con un nutrito contingente, potrebbe presto ricevere l’ordine di intervenire. Affiancherebbe così la polizia locale – chiaramente in difficoltà – al fine di reprimere le manifestazioni.

Campo di battaglia e primi spari

In effetti Hong Kong è diventata un campo di battaglia, con i poliziotti che non esitano a sparare contro i dimostranti, mentre questi ultimi non si peritano di affrontare la polizia con ogni tipo di arma, cercando spesso di scagliarsi contro agenti rimasti isolati dai loro colleghi.

Si scontrano però anche manifestanti anti e filo-cinesi, e si contano ormai alcuni morti di entrambe le fazioni (e i feriti sono centinaia). Le strade dei quartieri centrali, rese celebri da film hollywoodiani come “Il mondo di Suzie Wong”, sono costellate da barriere metalliche erette dalla polizia e da ogni sorta di ostacoli disseminati dai dimostranti per impedire i movimenti delle forze dell’ordine.

Popolazione divisa a rischio scontri

Com’è noto, la popolazione è meno compatta di quanto potrebbe sembrare osservando le continue dimostrazioni. I filo-cinesi, pur essendo forse in minoranza rispetto agli altri, fanno sentire la loro voce con costanza, mentre il locale mondo degli affari non fa mistero della propria preoccupazione per lo stato di caos in cui versa la città. E bisogna anche considerare la presenza di molti cittadini nettamente contrari al succitato caos.

L’escalation della violenza sembra non avere mai fine, e proprio questo fatto sembra favorire il possibile intervento cinese. Nelle sue ultime dichiarazioni Xi Jinping ha detto con chiarezza che la Repubblica Popolare considera Hong Kong parte integrante del suo territorio nazionale, e ha invitato ancora una volta l’Occidente – e gli Stati Uniti in primis – a non interferire nei suoi “affari interni”.

O ‘un Paese due sistemi’ o niente

Il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha sposato la linea di Pechino, ma in altri Paesi si levano proteste da parte di esponenti governativi e nei rispettivi Parlamenti. Non si vede tuttavia come tali proteste possano aiutare chi a Hong Kong chiede una radicale autonomia o addirittura l’indipendenza totale dalla “madre patria”.

Per Xi Jinping la situazione attuale è una seria minaccia al principio di “un Paese, due sistemi”, anche se è facile notare che è proprio la Repubblica Popolare ad aver per prima infranto tale principio indebolendo progressivamente negli ultimi anni l’autonomia della città-isola.

Minacce a parole in esaurimento

In ogni caso la minaccia di intervento diretto sta diventando sempre più concreta. Carrie Lam parla apertamente di un possibile “stato di emergenza” nel week-end con relativo coprifuoco. Ma è evidente che la polizia locale non sarebbe in grado di controllare la situazione.

Dalle caserme della città potrebbero quindi uscire tank e soldati dell’esercito cinese e, a questo punto, non è difficile pensare a una nuova Tienanmen. I dimostranti avanzano richieste molto radicali che Pechino non può accogliere, e gli spazi di mediazione sono, allo stato attuale, pressoché inesistenti.

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