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lunedì 11 Novembre 2019

Hong Kong, proteste e ora sangue, fino a quando, fino a cosa?

Hong Kong: morto lo studente ferito in una caduta durante una delle manifestazioni di protesta. Junius Ho, deputato al parlamento di Hong Kong e leader, con la governatrice Carrie Lam, della fazione filo-cinese, è stato accoltellato al petto da un giovane indipendentista mentre parlava a un comizio. L’episodio avvicina il temuto intervento dell’Esercito Popolare di Liberazione. Di Maio «l’Italia non intende ingerirsi negli affari interni di altri Paesi», Hong Kong ‘affare interno’ della Repubblica Popolare.

Morto lo studente ferito in una caduta, prima vittima da inizio scontri tra polizia e manifestanti

ANSA – Chow Tsz-lok, studente di 22 anni della Hong Kong è morto questa mattina per le gravi ferite alla testa riportate lunedì cadendo da un parcheggio vicino al quale c’era una protesta e dove la polizia era intervenuta coi lacrimogeni. E’ il primo caso di morte confermata per gli scontri tra dimostranti e polizia. Il tragico esito, reso noto dalla Hospital Authority, fa temere azioni più pesanti nel weekend.

Protesta, ora spuntano le armi

Continua l’escalation della violenza a Hong Kong, anche se l’opinione pubblica internazionale sembra ora meno interessata a quanto accade nella ex colonia britannica. Dopo il ferimento di alcuni dimostranti da parte della polizia locale, un episodio molto grave si è verificato due giorni orsono.

Junius Ho, deputato al parlamento di Hong Kong e leader, con la governatrice Carrie Lam, della fazione filo-cinese, è stato accoltellato al petto da un giovane indipendentista mentre parlava a un comizio elettorale. Le immagini dell’aggressione sono impressionanti. Si vede infatti il feritore che in un primo tempo parla tranquillamente con il deputato, per poi estrarre all’improvviso il coltello da una borsa affondandolo con forza nel petto di Junius Ho.

Lettura occidentale superficiale

Il governo locale e quello di Pechino hanno subito stigmatizzato la vicenda, approfittandone per sottolineare che la situazione nella città-isola rischia di sfuggire al controllo delle autorità, il che potrebbe condurre in tempi brevi al tanto temuto intervento diretto dell’Esercito Popolare di Liberazione per stroncare definitivamente le manifestazioni.

Il quadro, tuttavia, non è affatto semplice. In alcuni media occidentali sembra di assistere addirittura a un evento sportivo, con i tifosi delle opposte fazioni che si affrontano a forza di slogan.

Chi vuole esasperare lo scontro?

In realtà non c’è nulla per cui o contro cui tifare, dal momento che la contrapposizione sta diventando estrema con spazi ormai ridottissimi per la mediazione.

Xi Jinping e il suo gruppo dirigente sono disposti a concedere un’autonomia parziale – del resto già esistente – purché non venga posta in dubbio la completa appartenenza della città alla Cina.

Ciò che la Cina non può concedere

Ma ai manifestanti questo non basta affatto. Non vogliono far parte di un sistema politico e sociale in cui il Partito Comunista governa dal 1949 senza consentire alcuna alternativa. Non intendono integrarsi del tutto in una nazione dove lo stato di diritto occidentale non esiste, e nel quale non è possibile eleggere liberamente i propri rappresentanti al parlamento.

Finora sono riusciti a mantenere una parvenza di autonomia conservando le vestigia del governo britannico, che era sì un governo coloniale ma garantiva anche la libertà di parola, quella di voto in una certa misura, e la libertà d’insegnamento nelle scuole e negli atenei sottraendosi così all’obbligo dei corsi di marxismo-leninismo-maoismo inteso come filosofia ufficiale dello Stato.

Minor spazio al compromesso

Nessuna delle due parti sembra disposta a compromessi. Pechino perché non vuole che il contagio si estenda ad altre parti del territorio. I manifestanti perché non vogliono integrarsi in un sistema retto da un regime al quale si sentono completamente estranei.

Né si deve scordare che le due fazioni sono entrambe cospicue dal punto di vista numerico. I manifestanti sono tantissimi e riempiono strade e piazze. I filo-cinesi, dei quali proprio Junius Ho è uno dei leader, si vedono meno ma potrebbero anche loro bloccare la città come fanno gli altri.

Italia: ‘questioni interne cinesi’

Pechino per ora se ne sta alla finestra limitandosi a minacciare l’intervento diretto, ben sapendo, tuttavia, che esso danneggerebbe in modo irrimediabile la sua reputazione internazionale. I dirigenti cinesi confidano dunque sulla prevalenza a lungo termine degli elementi a loro favorevoli. E senza dubbio l’accoltellamento di Ho gioca a favore della strategia di Pechino.

Da rilevare, infine, che l’appoggio internazionale ai manifestanti è assai più nominale che concreto. Un esempio emblematico è stato fornito dal nostro ministro degli Esteri in visita a Pechino. Luigi Di Maio ha infatti detto che l’Italia non intende ingerirsi negli affari interni di altri Paesi, con ciò lasciando capire che Hong Kong è per l’appunto un “affare interno” della Repubblica Popolare.

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