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lunedì 11 Novembre 2019

Elizabeth Warren alla Casa Bianca per cambiare il capitalismo Usa

Elizabeth Warren possibile front runner per la Casa Bianca si propone di cambiare il capitalismo americano. Le guerre sui dazi doganali influenzano la propensione al risparmio e al consumo

Elizabeth per dimenticare Donald

Cominciamo con la copertina dell’Economist. La “Bibbia” offre sempre con largo anticipo notevoli spunti di riflessione. Questa volta la prestigiosa rivista britannica dedica la sua “cover” a una semisconosciuta (almeno in Italia) esponente del Partito Democratico americano. Si chiama Elizabeth Warren e come annuncia nel suo editoriale proprio l’Economist “she wants to remake american capitalism”, cioè vuole rifondare il capitalismo americano e, per la proprietà transitiva, quello del resto del mondo. Sì, direte voi, ma che ci azzecca Mrs. Warren con un’analisi dedicata all’economia e al risparmio internazionali? Beh, la signora potrebbe diventare ‘front runner’ alle Presidenziali Usa del prossimo anno. E scusate se è poco. La politica economica e finanziaria degli Stati Uniti influenza in modo determinante quella del resto del pianeta.

Presidential candidate Sen. Elizabeth Warren

Warren policy

E se la Warren dovesse andare avanti, le sue idee potrebbero rivoltare il mondo come un calzino. Però, est modus in rebus. Non facciamo l’errore di molti che sono pronti al copia e incolla di progetti e ideologie confusamente definite “di sinistra”. La società americana e quel sistema-Paese camminano per conto loro e le analisi vanno fatte col microscopio elettronico, per non prendere cantonate. La Warren ha dichiarato guerra alle multinazionali e vuole ridurre la “forbice” tra i grandi profitti delle holding e i salari degli operai e della classe media”. Bene, ma è più facile a dirsi che a farsi. Secondo l’Economist, il programma della Warren è un polpettone buono per tutti i palati e fa l’errore di proporre una “regulation” troppo rigida e velata da un protezionismo strisciante.

Dopo Trump tornano le regole

Gli Stati Uniti sono in piena espansione economica e Trump finora si è limitato a non fare niente, esaltando i teorici della mano invisibile del mercato. Quando si è messo in mezzo, però, ne ha combinate di tutti i colori. A cominciare dalle guerre nucleari “doganali” dichiarate alla Cina e al resto del globo terracqueo. Alla Casa Bianca non hanno capito, evidentemente, che chi lavora 14 ore al giorno e suda come un camallo probabilmente riuscirà ad avere una produttività del lavoro record. In sostanza, i cinesi si spaccano la schiena e cominciano a offrire prodotti di accettabile qualità. A prezzi stracciati. A queste condizioni, Trump può mettere tutti i dazi che vuole. Finirà solo per farsi del male e drogare” l’economia internazionale. A cominciare da quella finanziaria e da un sistema bancario esposto ai quattro venti  della speculazione.

Bilancia commerciale profondo rosso

Quindi funziona così: l’America non si rassegna ad avere una bilancia commerciale in sprofondo rosso e cerca di arrampicarsi sugli specchi. Gioca sporco e trascina in questa rissa anche il sistema Europa. I paesi del Vecchio Continente “export-oriented” come l’Italia rischiano di pagare un prezzo salato. Ecco perché l’effetto domino che parte dalla Casa Bianca e dalla Federal Reserve e passa per la Banca di Cina e per i mercati dell’energia e delle commodities internazionali, si ripercuote tutto sull’Europa, che funge da materasso o da parafulmine, fate voi. In tutto questo bailamme, in cui l’economia e i suoi Outlook di sviluppo o di sciagura cambiano prospettiva ogni giorno che passa, è chiaro che i sistemi più deboli come l’Italia rischiano grosso. Le propensione al risparmio e quella al consumo sono diventate ormai variabili molto volatili, perché gli scenari produttivi e distributivi si muovono a zig-zag.

Leggi del caos e della complessità

Come avviene nella meteorologia, governata dalle leggi del caos e della complessità, anche il mondo della finanza si deve adeguare ad un universo probabilistico. Facciamo un esempio: chi parla di spread sui Titoli di Stato bara e balla il flamenco sulla saponata. Inserire previsioni sullo spread in una manovra finanziaria significa non capire un fico secco dell’economia contemporanea. Vogliamo dire che lo spread è una variabile effimera e che in caso di macro-crisi politiche o di imponenti crisi di liquidità (crash and panicking) questo valore potrebbe schizzare nella stratosfera nell’arco di 24 ore. Aumentando magari di 100 punti in una botta. Insomma, purtroppo con i chiari di luna attuali accanto ai vecchi modelli di propensione al risparmio e di propensione al consumo, vanno soppesati anche gli assetti geo-strategici del pianeta.

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