Privacy Policy
martedì 12 Novembre 2019

Iran, più uranio per ricordare all’Ue le promesse contro le sanzioni Usa

Da oggi Teheran inietterà il gas per arricchire l’uranio nelle 1.044 centrifughe dell’impianto nucleare di Fordow, ma sotto la supervisione dell’Aiea. Semi ultimatum all’Europa. Non detto ma sottinteso: o fermate le sanzioni di quel matto a Washington che strangolano il nostro Paese o la bomba atomica che la facciamo per davvero

Golfo nucleare se Trump insiste

«Da oggi Teheran inietterà il gas per arricchire l’uranio nelle 1.044 centrifughe dell’impianto nucleare di Fordow, ma sotto la supervisione dell’Aiea», scrive Farian Sabahi, collega italiana di nome e cultura iraniana che scrive sul Manifesto. «Il presidente iraniano ha dato un altro termine di due mesi ai partner dell’accordo nucleare, al termine del quale ci sarà un’ulteriore riduzione degli impegni del suo Paese, se non saranno soddisfatte le richieste di compensazione delle sanzioni Usa». Un modo per attirare l’attenzione di un’Europa che pare aver dimenticato l’uscita unilaterale e senza ragioni condivise degli Usa dell’accordo del 2015.

Uranio per scuotere l’Europa

«Più che una minaccia, un appello, forse l’ultimo, sotto forma di un semi-ultimatum», per Umberto De Giovannangeli, dell’Huffington Post. L’annuncio giunge all’indomani della rivelazione da parte dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana di altre violazioni dell’intesa, da cui Washington si è ritirata unilateralmente lo scorso anno. “Seconda fase“ di legittima ritorsione iraniana. La “terza fase” è solo questione di due mesi: il 6 settembre Teheran ha annunciato di abbandonare “ogni limite alla ricerca e allo sviluppo”. «Ed ora arriva l’”iniezione” che potrebbe avere effetti letali sull’agonico accordo».

Il mondo solo a stupire

Da Bruxelles a Mosca. Russia, ‘preoccupanti i piani dell’Iran’, anche se Mosca ‘ha compreso le preoccupazioni di Teheran per le sanzioni senza precedenti e illegali. Solo ‘certezze sanzionatorie’ dall’amministrazione Trump. Che colpisce individui e presunti colpevoli che risalgono a fatti di 35 anni prima: «comportamenti malvagi del regime, compresi gli attentati ai marines americani a Beirut nel 1983, all’associazione ebraica (Aima) a Buenos Aires nel 1994, così come a episodi di tortura, uccisioni extragiudiziali e repressione dei civili». La contestazione sulla cacciata dello Scià Reza Phalavi non è al momento prevista.

‘Neo trumpismo’ della prepotenza

«Di questi tempi il palcoscenico mediorientale è affollato di personaggi –ancora la brava Farian Sabahi-,  gli americani annunciano di aver ucciso il capo dell’Isis al-Baghdadi, la Turchia dice di averne arrestato la sorella che sarà fonte inesauribile di informazioni, i libanesi scendono in strada contro il carovita, gli iracheni prendono d’assalto il consolato iraniano a Karbala in segno di protesta per le interferenze nella politica di Baghdad, gli Emirati negano le cure ai malati di Hiv per punire i comportamenti sessuali libertini». Si innalza ovunque il livello della sfida, ed ecco che le minacce devono adeguarsi, sperando che nessuno (voi vi fidereste?), a un certo punto non esageri e la minaccia non gli scoppi tra le mani.

Scemenze provocatorie, valutazione seria

Se l’accordo è fallito non è soltanto colpa dell’amministrazione Trump, ci ricorda Sabahi. «Nemmeno il suo predecessore, il democratico Barack Obama, aveva rimosso le sanzioni finanziarie che impediscono di effettuare pagamenti verso l’Iran e di riceverne». Provocazioni a parte, «dobbiamo preoccuparci per il disimpegno di Teheran dall’accordo? Non credo». I tecnici iraniani stanno lavorando sotto la supervisione degli ispettori dell’Aiea, l’Agenzia per l’energia atomica. «Rohani cerca di attirare l’attenzione nel momento in cui in Medio Oriente sono in tanti a fare rumore. Se si comporta così è perché ha bisogno di mettere fine alle sanzioni e rilanciare l’economia del suo paese. L’unico modo è lo spauracchio del nucleare».

FI

SANZIONI USA ALL’IRAN

Gli Stati Uniti hanno reintrodotto alcune delle sanzioni commerciali all’Iran che erano state sospese nel 2015, a seguito della firma dell’accordo sul nucleare iraniano. Le nuove sanzioni introducono il divieto per l’Iran di usare il dollaro americano per le transazioni, vietano il commercio con gli Stati Uniti di metalli e di macchine prodotte in Iran, e revocano i permessi che erano stati dati per l’esportazione di tappeti e cibo iraniano, come i pistacchi. Le nuove norme impediscono inoltre al governo iraniano di acquistare aerei e parti di aerei statunitensi ed europei, solo pochi giorni dopo l’acquisto da parte dell’Iran di cinque nuovi aerei commerciali dall’Europa.

Trump aveva deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano lo scorso maggio, dopo mesi di dichiarazioni molto aggressive contro il regime di Teheran. La decisione di Trump era stata molto criticata   perché non era arrivata dopo una violazione dell’accordo da parte dell’Iran, ma solo a seguito di un cambio di strategia alla Casa Bianca (se di strategia si può parlare). Con la reintroduzione delle sanzioni, gli Stati Uniti vorrebbero convincere l’Iran a rinegoziare l’accordo: non solo sul tema del nucleare, ma anche su questioni che non erano state trattate nei precedenti negoziati, perché considerate troppo divisive, come per esempio lo sviluppo del programma missilistico iraniano e l’aggressiva politica estera dell’Iran negli altri paesi del Medio Oriente.

Intanto l’Unione Europea, e in particolare Regno Unito, Francia e Germania, hanno criticato duramente le ultime mosse di Trump verso l’Iran: non solo perché rischiano di saltare anni di faticosi negoziati e di indebolire la credibilità dell’Europa di fronte a stati terzi, ma anche perché danneggiano le aziende europee che dopo la firma dell’accordo avevano iniziato a investire nel paese. La Commissione europea ha già annunciato la riattivazione del cosiddetto “blocking statute”, un regolamento degli anni Novanta che, almeno sulla carta, dovrebbe permettere alle aziende europee di ignorare le nuove sanzioni statunitensi all’Iran senza il rischio di essere a loro volta penalizzate.

Una misura che si è rivelata  insufficiente, perché molte grandi aziende europee con interessi globali hanno deciso di rinunciare comunque al mercato iraniano (l’italiana Eni tra le prime), per evitare di vedere i loro affari con gli Stati Uniti indeboliti dalle sanzioni. Di fatto, non è semplice decifrare le scelte di politica estera di Trump, che difficilmente hanno dietro una precisa strategia salvo la evidente volontà di indebolire la sua eredità politica.  Trump si è inoltre fatto influenzare dai leader dei due più importanti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, fortemente contrari all’accordo: Israele e Arabia Saudita.

La strategia di Trump (se di strategia si può parlare) si basa sulla scommessa che il regime iraniano collassi oppure che si convinca che la cosa migliore sia tornare a negoziare alle condizioni americane, nonostante abbia detto e ripetuto che non lo farà. Diversi analisti sostengono che il governo Trump stia cercando disperatamente un segnale che dica che la strategia americana in Iran sta funzionando. Secondo i più critici, oltre a sovrastimare l’efficacia delle sanzioni, strumento con cui le precedenti amministrazioni americane avevano ottenuto ben poco dall’Iran, Trump avrebbe fatto i conti male su altre due cose: sulla difficoltà a gestire l’escalation di tensione nel Golfo, e sul rafforzamento degli ultraconservatori in Iran, cioè quella fazione meno incline a negoziare con l’Occidente.

La situazione attuale è quindi il risultato di mesi di politiche aggressive sia degli Stati Uniti che dell’Iran, decise da leadership più conservatrici di quelle che avevano negoziato l’accordo sul nucleare del 2015. Per Trump il ritiro dall’accordo è stata una scommessa molto rischiosa, sostenuta dagli ambienti più guerrafondai della sua amministrazione e probabilmente fatta senza valutare tutti i rischi del caso. Finora non ha ottenuto i risultati sperati, anzi, ha irrigidito ulteriormente le posizioni della leadership iraniana, da decenni divisa tra un’anima più moderata e una più radicale.