Le tre ruote della nostra vecchia ‘Ape’, furgone rivestito a porta persone che diventa simbolo della mobilitazione popolare. Tuk tuk li chiamano in Iraq, e sfrecciano in mezzo a proiettili e gas lacrimogeni per portare in salvo i manifestanti… Su di loro canzoni e graffiti, racconta Chiara Cruciati sul Manifesto. «Un tuk tuk si libra in aria intorno al palazzo abbandonato del ‘Turkish Restaurant’, in piazza Tahrir, la sua scia è la bandiera irachena che avvolge i manifestanti. È uno dei murales apparsi in questo mese di mobilitazione popolare nelle città irachene: il protagonista indiscusso è lui, il tuk tuk. Tre ruote diventate il simbolo della rivoluzione, l’eroe della piazza».

Da taxi straccione ad eroe. Sino a ieri simbolo di povertà, di marginalizzazione. Lontanissimo dei taxi «veri», quelli che la classe bassa non può permettersi. I mezzi dei quartieri più miseri, piccoli abbastanza da farsi largo nel traffico. Autisti altrettanto poveri, con il tuk tuk portano a casa magre giornate. Quasi commossa Chiara Cruciati nel raccontarli, «Ma ora sono eroi: sono quelli che in piazza Tahrir a Baghdad, a mo’ di ambulanza, si lanciano in mezzo ai proiettili e ai lacrimogeni (letali: venerdì una ragazza è stata uccisa, come decine di manifestanti prima di lei, da un candelotto della polizia, che mira alla testa come farebbe un cecchino) per portare in salvo i feriti».
I social sono pieni di foto e video di tuk tuk con su la bandiera irachena, veloci come schegge dal ponte sul Tigri alla piazza, sempre più colorati dai messaggi di quella che è vissuta come una rivoluzione. «Dopo la manifestazione di venerdì, 200mila persone solo nella capitale – cristiani e sciiti, ragazze con e senza velo, anziani e adulti che preparano pasti caldi – il presidio non smobilita. Neppure a sud dove tre giorni fa migliaia di manifestanti hanno bloccato l’ingresso al porto di Umm Qasr, a Bassora». Piero Orteca ieri ci ha avvertito che è arrivato il generale Suleimani, ‘orco’ iraniano che proverà lui a reprimere. Ma chi si può permettere un bagno di sangue oltre a quelle già versato?
In piazza, tante diverse piazze per tensioni e rabbie lontanissime tra loro. Con un elemento che Fabrizio Tonello individua come caratteristica comune tra vecchi e nuovi ‘movimenti’. «Quelli ‘vecchi’ portavano con sé una capacità di agire politicamente nelle fasi successive a quelle iniziali, e per lunghi periodi, che ai ‘nuovi’ sembra mancare». Obiettivi diversi ma alcune caratteristiche simili. «Esempio, essere nati in brevissimo tempo e di aver sfruttato al meglio le possibilità di comunicazione e coordinamento offerte dai social media». Problema, la capacità di agire nelle fasi successive a quelle iniziali. Quasi sempre decisione assembleari, rifiuto ad avere leader riconosciuti o portavoce e rappresentanti che possano negoziare con le autorità. Partecipazione popolare esaltata ma risultati finali incerti.
A Beirut e a migliaia di chilometri di distanza, a Santiago del Cile. I giovani di Barcellona che sfidano la polizia spagnola come i loro coetanei a Hong Kong fanno con quella cinese. Qualche volta accade che qualcosa cambi. Pochi mesi fa manifestazioni popolari hanno costretto il presidente del Sudan Omar al-Bashir a lasciare il potere, e mobilitazioni analoghe in Algeria hanno posto fine al regime di Abdelaziz Bouteflika, elenca il Manifesto. Ma la piazza del Cairo cancella Mubarak e produce Al Sisi. «Mentre in Africa la protesta sociale contro i regimi corrotti resta incanalata in ottiche intestine, se non etniche, tardo-colonialismo che continua a dominare, oppure, nel Sudafrica che fu di Mandela, assume connotati perfino xenofobi», ha scritto pochi giorni fa Tommaso Di Francesco.

In Europa, il movimento più interessante -valuta Fabrizio Tonello-, sembra essere Extinction Rebellion, una galassia di piccoli gruppi nata in Gran Bretagna nel 2018 ma capace di organizzare spettacolari azioni di massa come l’occupazione di Piccadilly Circus e Waterloo Bridge per vari giorni, un anno fa. «Extinction Rebellion si è rapidamente diffuso anche in altri paesi, con parole d’ordine semplici e una comunicazione efficace sul tema del pericolo imminente di un collasso ecologico, ma deve ancora dimostrare la capacità di strappare ai governi provvedimenti concreti e impegni precisi su un tema così vasto e complesso. Ribellarsi è giusto ma non è sufficiente».