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lunedì 11 Novembre 2019

Se la rivoluzione arriva in tuk tuk, il taxi dei poveri eroe di Baghdad

Le tre ruote diventate il simbolo della mobilitazione popolare. Su di loro canzoni e graffiti, racconta Chiara Cruciati sul Manifesto. Tuk tuk li chiamano in Iraq, e sfrecciano in mezzo a proiettili e gas lacrimogeni per portare in salvo i manifestanti…

Leggenda dei tuk tuk, simboli della rivoluzione

Le tre ruote della nostra vecchia ‘Ape’, furgone rivestito a porta persone che diventa simbolo della mobilitazione popolare. Tuk tuk li chiamano in Iraq, e sfrecciano in mezzo a proiettili e gas lacrimogeni per portare in salvo i manifestanti… Su di loro canzoni e graffiti, racconta Chiara Cruciati sul Manifesto. «Un tuk tuk si libra in aria intorno al palazzo abbandonato del ‘Turkish Restaurant’, in piazza Tahrir, la sua scia è la bandiera irachena che avvolge i manifestanti. È uno dei murales apparsi in questo mese di mobilitazione popolare nelle città irachene: il protagonista indiscusso è lui, il tuk tuk. Tre ruote diventate il simbolo della rivoluzione, l’eroe della piazza».

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Tuk tuk, da taxi straccione ad eroe

Da taxi straccione ad eroe. Sino a ieri simbolo di povertà, di marginalizzazione. Lontanissimo dei taxi «veri», quelli che la classe bassa non può permettersi. I mezzi dei quartieri più miseri, piccoli abbastanza da farsi largo nel traffico. Autisti altrettanto poveri, con il tuk tuk portano a casa magre giornate. Quasi commossa Chiara Cruciati nel raccontarli, «Ma ora sono eroi: sono quelli che in piazza Tahrir a Baghdad, a mo’ di ambulanza, si lanciano in mezzo ai proiettili e ai lacrimogeni (letali: venerdì una ragazza è stata uccisa, come decine di manifestanti prima di lei, da un candelotto della polizia, che mira alla testa come farebbe un cecchino) per portare in salvo i feriti».

Solo tre ruote ma tanto coraggio

I social sono pieni di foto e video di tuk tuk con su la bandiera irachena, veloci come schegge dal ponte sul Tigri alla piazza, sempre più colorati dai messaggi di quella che è vissuta come una rivoluzione. «Dopo la manifestazione di venerdì, 200mila persone solo nella capitale – cristiani e sciiti, ragazze con e senza velo, anziani e adulti che preparano pasti caldi – il presidio non smobilita. Neppure a sud dove tre giorni fa migliaia di manifestanti hanno bloccato l’ingresso al porto di Umm Qasr, a Bassora». Piero Orteca ieri ci ha avvertito che è arrivato il generale Suleimani, ‘orco’ iraniano che proverà lui a reprimere. Ma chi si può permettere un bagno di sangue oltre a quelle già versato?

Dal Libano al Cile ribellarsi non basta

In piazza, tante diverse piazze per tensioni e rabbie lontanissime tra loro. Con un elemento che Fabrizio Tonello individua come caratteristica comune tra vecchi e nuovi ‘movimenti’. «Quelli ‘vecchi’ portavano con sé una capacità di agire politicamente nelle fasi successive a quelle iniziali, e per lunghi periodi, che ai ‘nuovi’ sembra mancare». Obiettivi diversi ma alcune caratteristiche simili. «Esempio, essere nati in brevissimo tempo e di aver sfruttato al meglio le possibilità di comunicazione e coordinamento offerte dai social media». Problema, la capacità di agire nelle fasi successive a quelle iniziali. Quasi sempre decisione assembleari, rifiuto ad avere leader riconosciuti o portavoce e rappresentanti che possano negoziare con le autorità. Partecipazione popolare esaltata ma risultati finali incerti.

Il mondo delle piazze arrabbiate

A Beirut e a migliaia di chilometri di distanza, a Santiago del Cile. I giovani di Barcellona che sfidano la polizia spagnola come i loro coetanei a Hong Kong fanno con quella cinese. Qualche volta accade che qualcosa cambi. Pochi mesi fa manifestazioni popolari hanno costretto il presidente del Sudan Omar al-Bashir a lasciare il potere, e mobilitazioni analoghe in Algeria hanno posto fine al regime di Abdelaziz Bouteflika, elenca il Manifesto. Ma la piazza del Cairo cancella Mubarak e produce Al Sisi. «Mentre in Africa la protesta sociale contro i regimi corrotti resta incanalata in ottiche intestine, se non etniche, tardo-colonialismo che continua a dominare, oppure, nel Sudafrica che fu di Mandela, assume connotati perfino xenofobi», ha scritto pochi giorni fa Tommaso Di Francesco.

Ma ribellarsi non è sufficiente

In Europa, il movimento più interessante -valuta Fabrizio Tonello-, sembra essere Extinction Rebellion, una galassia di piccoli gruppi nata in Gran Bretagna nel 2018 ma capace di organizzare spettacolari azioni di massa come l’occupazione di Piccadilly Circus e Waterloo Bridge per vari giorni, un anno fa. «Extinction Rebellion si è rapidamente diffuso anche in altri paesi, con parole d’ordine semplici e una comunicazione efficace sul tema del pericolo imminente di un collasso ecologico, ma deve ancora dimostrare la capacità di strappare ai governi provvedimenti concreti e impegni precisi su un tema così vasto e complesso. Ribellarsi è giusto ma non è sufficiente».

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