• 16 Febbraio 2020

La crisi umanitaria dei profughi in Bosnia riapre le ferite della guerra

30 anni dopo, cambiano i bersagli

Bihać, la città bosniaca al confine con la Croazia, incastonata tra i monti e attraversata dal fiume Una. Durante la guerra era una delle ‘safe haven’ (area protetta), dichiarata inutilmente dalle Nazioni Unite. Con lei, altre cinque zone della Bosnia-Erzegovina, con alcuni nomi che bastano a trasformare la indignazione in tragedia: Sarajevo, Goražde, Srebrenica, Žepa, enclavi di sopravvivenza e di massacri e genocidi che continuarono a essere bersaglio, bombardate e attaccate fino a fine 1995.

Cronaca dal nuovo fronte di guerra

«In guerra la normalità diventa lo scoppio delle granate e non avere da mangiare». Anche a Bihać. Secondo il Centro di documentazione e ricerca di Sarajevo, durante la guerra (tra il 1991 e il 1995) a Bihać sono state uccise 4.856 persone. Dopo la fine del conflitto, solo alcune organizzazioni internazionali si sono occupate delle ferite della guerra: delle vittime di violenza e di stupro, delle famiglie degli scomparsi, dei sopravvissuti, dei profughi interni alla Bosnia, neppure immaginando cosa si preparava da fuori.

Migranti prima loro, i bosniaci

Più di un milione di persone sono fuggite dalla Bosnia durante il conflitto. Dopo la guerra, alcune sono tornate. «Ma Bihać (area neutrale e senza patria tra Federazione croato musulmana e Srbska Republika), come molte cittadine bosniache, continua a essere un posto da cui tutti vogliono scappare», scrive Annalisa Camilli. «Per questo negli ultimi due anni il transito di quarantamila profughi sulla rotta balcanica e diretti nei paesi del Nordeuropa, ha suscitato sentimenti contrastanti. È come se questo passaggio avesse riaperto una ferita mai rimarginata».

Il troppo, la paura, i malvagi

«A Bihać è successo qualcosa di simile a ciò che è successo da voi a Lampedusa», dice l’imam. «I sopravvissuti della guerra ricordano quando erano profughi e la gente sente un’empatia molto forte verso i migranti, perché sa cosa vuol dire lasciarsi alle spalle la propria casa». «Ma a due anni dai primi arrivi un sentimento di ostilità verso i profughi si è impossessato di molti e si è riattivata l’antica paura dell’invasione. I profughi – che provengono in maggioranza da Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria e Iraq – agli occhi di molte persone di qui sono diventati pericolosi, potenziali invasori».

Polizia e fascismi locali

Nel giugno 2019 c’è stato un blitz molto violento della polizia nelle case abbandonate e nei parchi della città dove sopravvivevano i migranti. I profughi rincorsi dagli agenti, picchiati, caricati a forza su dei pullman e portati a undici chilometri dal confine con la Croazia, a Vučjak, in un campo gestito dalla Croce rossa che è stato costruito al posto di una discarica, in un punto dove durante la guerra passava la linea del fronte. In Bosnia dal 2018 hanno transitato 40mila persone e circa seimila di loro sono bloccate nel cantone di Una-Sana, intorno a Bihać.

Bosnia ‘Stato cuscinetto’

«Al confine, nei boschi, è alta la probabilità che i profughi incontrino i manganelli e la violenza dei poliziotti croati, rimandati indietro in una specie di stato cuscinetto ai margini dell’Europa». “The game”, il gioco pericoloso, il tentativo di attraversare la frontiera europea e di eludere i controlli delle pattuglie croate. Un gioco che spesso si deve ricominciare da capo, pagando un prezzo molto alto in termini di sofferenza, di denaro speso e di tempo buttato e di botte croate prese.

Carne da pestare e da odiare

«La chiusura delle frontiere europee e certe sottolineature politiche sulla paura a incasso elettorale ha prodotto una crisi umanitaria nei Balcani che alimenta razzismo e xenofobia», denuncia Annalisa Camilli. Il sindaco di Bihać, Šuhret Fazlić, in campagna elettorale, sospenderà la fornitura di acqua, di elettricità e raccolta dei rifiuti. Pre sterminio, contando su Gelo Inverno che lì è feroce. Disumanità e bastardaggine. «Un corto circuito che pagheranno interamente i profughi. Si profila una grave crisi umanitaria alle porte dell’Unione europea, senza soluzioni», denunciano Caritas italiana e altre Caritas europee.

La stessa Bihać con l’acqua alla gola

Decisione crudele della municipalità per ottenere risposte da Bruxelles e da Sarajevo, che non arrivano. «E a 25 anni dalla fine della guerra, i paesi balcanici sembrano intrappolati in tanti paradossi: sono la frontiera dell’Europa, ma ricevono poco in cambio». Nel campo, a quattordici chilometri da Bihać manca tutto: acqua, elettricità, servizi igienici, il cibo non basta. I pochi bagni sono inservibili. “L’area fuori del campo è minata, alcune settimane fa abbiamo trovato una bomba inesplosa, qui passava la linea del fronte”.

Cattiva che sia, è Europa

Ogni notte gruppi di migranti provano a violare la frontiera con la Croazia, ma trovano i manganelli dei poliziotti a fermarli. Li picchiano, li arrestano e li rimandano indietro. Gli vengono sequestrati i cellulari e rubati i soldi. I respingimenti violenti da parte della polizia croata sono stati condannati dal Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo, ma continuano a essere all’ordine del giorno perché Zagabria di fatto condivide. Degli attivisti al confine hanno appeso un cartello: “Benvenuti in Croazia, il paese della tortura”. Memento di regime Ustascia e del campo di concentramento croato di Jasenovac.

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