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lunedì 11 Novembre 2019

Tra i discendenti assiri che pregano nella lingua di Cristo

Oggi è zona di guerra, da sempre terra percorsa da fedi e odi, da preghiera e guerra. Quel pezzo di terra e di popoli che nel frattempo se la sono conquistata, tra Anatolia e Masopotomia, alle sorgenti dei fiumi che fecero l’Eden. Turchia, Siria, Iraq: piccole cose rispetto ad un certo passato.
Ultimo ‘raccontino’ dei ‘Popoli dell’Arca’. Oggi, tra chi prega nella stessa lingua di Cristo.

Le antiche popolazioni assire

Tur Abdin, tra Mardin, la sponda ovest del Tigri e la Siria. In nome viene dal siriaco e significa “Montagna dei servi di Dio”. Si narra che qui si siano stabiliti i primi ebrei discepoli di Cristo in fuga dalla Palestina romana. Tra i primi a convertirsi in queste terre, le antiche popolazioni assire. “Siriaci”, si chiamano oggi; cristiani di rito ortodosso che parlano in neo aramaico e pregano nell’antica lingua di Cristo.
Rifugi arcaici che intravedi sulla montagna, abitazioni e forse i primi luoghi di riunione e preghiera per i seguaci del Cristo crocifisso a Gerusalemme e messi in fuga dal potere di Roma. Esistevano ottanta monasteri qui attorno, di cui questo, Dayr al-Zafaran in arabo, o Deyrüzafaran in turco, è il più importante e ancora oggi vitale.
Le prime costruzioni, ormai sovrastate da infinite aggiunte e rifacimenti, risalgono al 493. Tra il 1.100 e il 1.932, qui risiedeva il Patriarca Siro Ortodosso. Chiesa minoritaria di rito ortodosso che, dal lontano concilio di Calcedonia (451), non obbedisce né alla chiesa di Bisanzio né a quella Cattolica romana.
Celebrazione liturgica, la messa domenicale, subito dopo il sorgere del sole a cimento della fede e della nostra curiosità di testimoni. Una successione lunghissima di litanie e preghiere che, alla maggior parte dei fedeli, ormai turchizzati nella lingua, risultano incomprensibili. Aramaico lontano, trasmissione orale attraverso 2 mila anni che lo stesso Cristo, immaginiamo, avrebbe difficoltà a capire.
Come le messa in latino e il “latinorum” delle preghiere dei miei nonni.
Atto di fede e di resistenza, difesa dell’identità lontana.
Durante la prima guerra mondiale, dicono i registri Siro Ortodossi, circa 500 mila di loro sono stati uccisi nel massacro, genocidio per loro, noto al mondo per le vittime armene. La tragedia del popolo armeno ed aramaico, sarebbe più giusto dire, morti assieme ad altri con la stessa fede.

Il neo aramaico e la lingua di Cristo

La liturgia è quella ornata della Chiesa d’oriente. La genuflessione, nelle preghiere personali che precedono e seguono il rito, diventa la prostrazione di tutto il corpo con la fronte a toccare terra. La certificazione di come il rispetto al nome di Dio non vari nella sua tradizione in arabo. Paramenti sacri riccamente ornati. I chierichetti che portano candele, incenso e decori argentati con decine di campanelli alla sommità di lunghe aste. Ad alcuni passaggi della liturgia è un tutto un tintinnare. Suoni della memoria, per i 2 mila cristiani che restano a Tur Abdin. Un quarto di quelli di 30 anni fa. Per gli altri l’emigrazione.
Dopo essersi scambiati il segno della pace, potremmo essere in qualsiasi chiesa italiana, i fedeli si trasformano in turisti in gita al santuario.
Il ritrovarsi assieme ai lontani parenti lasciati da anni. Le tracce delle loro radici. Nel cortile le foto ricordo che immortalano i volti e tramandano il ricordo prima della colazione collettiva con uova, yogurt e insalate a cui invitano l’ospite-fratello che presumono cristiano.
Una comunità che più che crescere, sembra resistere.
Il Metropolita in paramenti rosso cardinalizio accetta di parlarci soltanto in omaggio alla nostra provenienza da Roma. Omaggio per indegna interposta persona al Papa lontano. Filüksinos Saliba Özmen, nome impronunciabile, accarezza esibendola la sua “Panagia”, l’immagine santa di tradizione ortodossa che, come la croce cardinalizia del mondo cattolico, testimonia l’autorità di Principe della sua Chiesa.
«La chiesa siriaca, la maggiore della zona, ha 25 mila fedeli in Turchia. Soprattutto in questa regione. Abbiamo 6 monasteri. Il più grande è quello dove ci troviamo. Poi c’è quello di Mor Gabriel. I siriaci vivono soprattutto nella zona di Tur Abdin, che parte da qui e si estende sino a Cizre (Turchia curda al confine con la Siria NdR), ma il 90 per cento dei siriaci sta ora all’estero. Sono emigrati in vari paesi europei. Persino in America e in Australia».

Eterne vittime di eterne guerre

Sempre nei dintorni di Mardin, la piccola città di Midyat.
Il suo centro storico esibisce ancora qualche palazzo testimonianza della ricchezza e del potere antichi. Musei oggi. Qui le testimonianze di convivenza religiosa le trovi nel centro urbano, dove campanili e minareti quasi si rincorrono senza alcuna apparenza di fastidio reciproco.
Popolazione in gran parte curda ormai, frutto della migrazione costretta dai villaggi della guerriglia e contro guerriglia e l’altra minoranza, quella araba, sempre più minoranza. I più di loro sono di religione musulmana salvo i pochi siriaci cristiani. Territorio e popolazioni da vigilare comunque attentamente, ci dice l’elicottero militare che insiste a sorvolare la zona. Un segno che trova lontane conferme nella testimonianza di Edip Erdinç, migrante in terra tedesca di vecchia data.
«Siamo emigrati per ragioni economiche ma anche perché eravamo cristiani. 21 anni fa uccisero mio fratello maggiore. Perciò viviamo all’estero da trent’anni, ma se le cose si sistemeranno vogliamo tornare qui, nella nostra terra d’origine».
La casa che ci accoglie testimonia di una ricchezza acquisita altrove. L’architettura arabesca e pesantemente ornata dell’esterno, in pietra dorata, che imita l’antico, mentre il futuro, ci racconta Jakop Gabriel, dell’associazione di cultura siriaca, resta ancora incerto.
«I siriaci, tra gli anni ’60 ed il 2000, hanno avevano avuto molti problemi. Quella siriaca è stata la comunità che ha sofferto di più a causa del conflitto tra lo Stato Turco e i curdi. Ma lentamente, dal 2000, la situazione è migliorata grazie alla fine degli scontri e anche all’avvio del processo di adesione della Turchia all’Unione europea».
«Ci si aspettavamo più ritorni ma questo non è stato, a causa del processo di crescita economica e di democratizzazione troppo lenti. Per questo i ritorni sono ancora pochi, ma se il processo di ingresso in Europa dovesse continuare, speriamo tutti di ritornare».

Re Abgar e Abuna Ishok

Nel centro storico di Midyat, schiacciata tra le case, la piccola chiesa cristiana, una delle poche ancora accudita, una di quelle che, a turno ospita la celebrazione domenicale del solo Pope che accudisce ai cristiani di tutta la città.
Le immagini sacre, le decorazioni molto colorate, molto semplici, ci dicono di una religiosità più ingenua di quella a noi più nota.
Lo testimonia lo stesso sacerdote, Abuna Ishok, Padre Isacco, nella storia che viene dalla tradizione della prima cristianità d’Oriente.
«Si narra che a Urfa, nel periodo del Messia, c’era un re di nome Abgar che si era ammalato. Aveva sentito parlare molto bene di un certo Cristo che guariva le malattie e resuscitava i morti. Siccome non aveva la possibilità di andare da lui, gli scrisse una lettera. “Ho sentito parlare bene di te. Ho sentito che gli ebrei non ti vogliono. Io ho una piccola città. Basterebbe per me e per te. E se venissi potresti guarirmi. Cristo gli rispose a sua volta con una lettera. “Io ho tante cose da fare qui, ma ti manderà un mio allevo che ti guarirà e nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo battezzerà te e la gente della tua città. Cosi accadde. Venne il discepolo di Cristo ad Urfa, guarì il re Abgar, lo battezzò e arrivò sino ad un villaggio qui vicino, e da lì diffuse il cristianesimo in questa parte della terra».
Una chiesa cristiana sperduta tra Bisanzio e Roma, con un passato tanto remoto da far apparire il futuro come una curiosità della storia. Alla ricerca di simboli, entriamo nel cortile di casa di Josep, Giuseppe, operaio in Svizzera e contadino a casa. Il vino come traccia dell’identità cristiana che si contrappone al soverchiante mondo musulmano che la circonda. Il vino che non inebria ma che ti segna nel nome di una tradizione lontana.
Giuseppe, piegato su dei tini di plastica a schiacciare i chicchi d’uva con le mani, ci dice del vino e del modo di farlo tramandato dagli avi. Curiosità per la storia e orrore per gli enologi, alla vista dei bidoni blu, riciclaggio da chi sa cosa d’altro, dentro cui fermenta il mosto. Il vino della fede.
C’è anche la parabola che sottolinea il valore sacro di quella spremitura, ci racconta Josep quasi a convertirci. La nozze di Cana, per la cristianità d’occidente. Una sorta di favola per i ricordi di Giuseppe che chiama la Madonna “Madre Maria” e ci assicura che il vino che Cristo trasformò dall’acqua, era vino vero. E buono, molto buono, garantisce.
Fuori dalla casa di Giuseppe, oltre il cancello segnato da una croce, come accade anche altrove nel quartiere, il consueto nugolo di ragazzini che si rincorrono con i loro richiami urlati. Forse in neo aramaico, forse in curdo, forse in turco. Sperando che continuino ad intendersi, a capirsi anche da adulti.

Il documentario televisivo di Rai Mediterraneo, con le splendide immagini girate da Miki Stojicic, fa parte degli archivi Rai che speriamo possano essere parzialmente visibili anche da noi attraverso Rai Play.

AVEVAMO DETTO (PUNTATE PRECEDENTI)

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