«Accettando le richieste dei manifestanti che invocano un cambiamento profondo ormai da due settimane, Saad Hariri spinge Hezbollah con le spalle al muro», è la valutazione di Pierre Haski. «L’organizzazione (Hezbollah ma anche Siria a Iran), a questo punto, dovrà scegliere tra la politica del peggio, rischiando di trascinare il paese in una crisi ancora più grave, e l’attesa per permettere la nascita di un governo tecnico o la conferma di Saad Hariri in un governo limitato all’attività indispensabile».
Sullo sfondo di tutto questo la crisi economica, rischio il fallimento totale, un autentico crack modello argentino per lo Stato libanese. Il governatore della Banca centrale libanese Riad Salamé, alla guida dell’istituzione da oltre 25 anni, lui stesso evidentemente parte dei notabili la cui indiscussa permanenza al potere è ritenuta parte dei mali attuali del Paese, prima lancia l’allarme e poi prova a negare. Intervista alla Cnn, annuncia che il Libano rischia il collasso economico in pochi giorni, per poi fare marcia indietro. Nel frattempo e banche libanesi sono chiuse da giorni e non riapriranno anche se alla fine del mese devono essere pagati gli stipendi.
Uno dei paesi più indebitati del mondo che sopravvive grazie alle rimesse della diaspora e agli aiuti internazionali che la crisi sta assottigliando pesantemente. Poi, «La spartizione del potere tra i vari clan religiosi paralizza da anni qualsiasi tentativo di riforma». Quello che stanno denunciando I manifestanti in piazza, «consapevoli di essere seduti su un vulcano ma decisi a credere nella possibilità di un esito positivo della loro mobilitazione senza precedenti. Durante le proteste, in molti hanno chiesto le dimissioni del governo, accusando Hariri e altri esponenti politici di famiglie note da decenni al potere, di corruzione e di essere i responsabili delle gravi disfunzioni del paese. E a differenza di quanto successo in passato, sottolinea il New York Times, le proteste hanno coinvolto tutti.
Hariri dimissionario era è stato confermato primo ministro lo scorso gennaio, a nove mesi di distanza dalle elezioni, e dopo lunghe e difficili trattative. In Libano la formazione di un governo è spesso un’operazione complicata per il sistema politico, che cerca di mantenere un difficoltoso equilibrio tra le principali religioni ed etnie del paese.
I due accordi: seggi del Parlamento equamente divisi tra musulmani (circa il 45 per cento della popolazione) e cristiani (il 55 per cento); che il presidente debba essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita e il presidente del Parlamento un musulmano sciita.
Per questo Hariri, che è sunnita, ha ottenuto nuovamente la carica di primo ministro nonostante il suo partito avesse perso moltissimi seggi alle precedenti elezioni. Il suo governo, partito da una situazione economica disastrosa, è stato comunque incapace di approvare le riforme che tutti ritengono necessarie.
«Le riforme non significano necessariamente nuove tasse», aveva detto al momento delle dimissioni Hariri, ed era messaggio alle controparti politiche. O le riforme vere o mando tutto l’all’aria. Nasrallah, leader di Hezbollah, che ha ben capito, si è dichiarato contro le dimissioni ricordando che formare un nuovo governo potrebbe essere molto complicato e potrebbe bloccare nuovamente la politica per mesi.
E torna la conclusione, la speranza sottolineata da Pierre Hasky, contro la frantumazione della attuali proteste di popolo in fazioni di appartenenza politica o religiosa: «Se i libanesi riusciranno a conservare l’unità oltrepassando le barriere delle comunità confessionali, invieranno un messaggio forte alle fazioni varie, quello della loro fede in un nuovo Libano».