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lunedì 11 Novembre 2019

Tra Anatolia e Mesopotamia, a Mardin ‘La casa delle 40 chiavi’

Raccontini, non per peso letterario (oggi non è in caso) ma per umanità narrata, sintesi di vicende, persone, luoghi e sentimenti. Con ciò che sta accadendo nelle terre tra Anatolia e Mesopotamia, tra Siria e Turchia e i popoli che la vivono, cenni di speranza, pur in una testimonianza datata 10 anni fa.

Tra Anatolia e Mesopotamia

Sempre nel suo profondo sud-est, la Turchia della forte identità nazionale si rappresenta nella sua ricchezza e complessità multietnica ereditata dalle antichissime origini. Dalla Turchia a maggioranza curda di Diyarbakir, dalle tracce sommerse di antiche discendenza armene lungo l’Eufrate, scendiamo a sud, nella Turchia araba di Mardin, la provincia mesopotamica che si affaccia sui deserti della Siria. Terra di confine oggi, terra di transito e convivenza quando quei confini la storia non li aveva ancora disegnati. Basta guardarla per capire. Basterebbe conoscere l’aramaico, l’antica lingua di Cristo.
Mardin che si traduce in “Fortezza”. Una rocca che domina, dai suoi mille metri, le vallate attorno. A sud, il territorio brullo si perde nelle piane desertiche del nord della Siria.

Ma è dal basso verso l’alto che occorre guardare Mardin.
Le pietre color oro con cui sono state costruite le sue case, i palazzi, le moschee e le chiese, quasi la confondono con le rocce delle montagne vicine.
Mardin, la sua architettura, ci dicono chiaramente delle sue origini arabe. Tra le prime popolazioni giunte qui, gli assiri che proprio nell’area di Mardin si cristianizzarono. Terzo secolo dopo Cristo, quando queste terre si chiamavano semplicemente Mesopotamia e a contendersele erano i guerrieri Medi contro le legioni di Roma. I campanili eretti dopo Costantino prima dei minareti di Mohammad, Maometto per noi. Torri religiose che oggi convivono in pace tra loro.

Il Mufti di Mardin, il “vescovo” musulmano, si chiama Mehmet Kizilkaya e si presenta in rigoroso doppiopetto grigio e cravatta, nella divisa del funzionario statale della laica Turchia.
«Ai tempi del terzo califfato queste terre diventarono musulmane. Prima di allora, nelle zone di Mardin, Diyarbakir e Urfa abitavano i siriaci, gli armeni, gli ebrei e gli yazidi. Da seicentotrentasei anni qui vivono anche i musulmani e da allora, tutte queste comunità vivono assieme. Per il fatto che qui conviviamo da secoli, possiamo dire che la cultura, lo stile di vita, il modo di vestire, i matrimoni, le feste e persino le abitudini culinarie sono diventate un tutt’uno, sono ormai eguali».

Una fiaba vera

Storia e scenari da favola, con una fiaba vera, incontrata per caso. Le rampe scoscese dei suoi vicoli stretti ci portano alla “Casa delle 40 chiavi”. Così come è nota in tutta Mardin. Traduzione letterale dall’arabo che qui si parla. L’ospite che ci accoglie è una vecchia signora, Agi Ismet, che vuol dire molto di più del tradizionale Ismet Hanim, signora Ismet. La parola “Agi” ci dice che Izmet ha compiuto il prescritto pellegrinaggio alla Mecca. Agi ad indicare il pellegrino.
Il dialogo con Agi Ismet non è dei più facili. Organizzati per tradurre il turco, possiamo al massimo azzardarci sull’arabo classico del Corano dell’incredibile collaboratore e linguista Michele, producer poliglotta. Ma che non è l’arabo dialettale di Agi Ismet. Nell’esperanto che ne esce, la conversazione accentua l’irreale.
«Mi è sempre piaciuta tanto questa casa. Qui ho cresciuto 9 figli, ho sposato quattro figlie e due figli. Ho venti nipoti».

Palazzo delle 40 chiavi è un nome da mistero. Quali segreti nasconde questa casa?
«Maa… dicono… ho sentito dire tante volte che in questa grande casa c’è nascosto un tesoro. “Portiamo delle macchine e lo cerchiamo”, mi hanno proposto. Ho detto No, non lo accetterei mai».
L’incanto è emozione che viene dagli occhi. Le immagini dell’enorme palazzo in pietra viva con volte sesto acuto. Uno stanzone per la vita collettiva e dietro, immagini, i luoghi dell’intimità familiare. Dalla finestra a tutta parete, oltre le grate, i vetri ed i pizzi, il sole distribuisce luce e ombre morbide come non potrebbe ottenere neppure l’eccellenza professionale di uno Storaro. Se questo fosse cinema. Al centro della scena la piccola figura di donna coperta in un lungo camicione dai colori pastello. Un velo bianco sul capo, bordato di pizzo, un volto sereno che ti fa sorridere dentro anche quando la bocca sdentata non sorride. E le mani che lei muove continuamente, a sottolineare le parole, a dirigerne l’armonia. Mani nodose, consumare dai bucati e ferite dall’artrosi. Mani e volto che raccontano una vita.

Agi Ismet, “Ninè”, nonna

Quando tutto questo c’ha conquistato, ed Agi Ismet lo sente, possiamo addentrarci nell’intimità del maniero che allevia la severità della sua architettura arabeggiante.
«Questa grande casa l’aveva fatta costruire un architetto alla fine del secolo scorso. Quello ancora prima di questo. Me lo ha raccontato la vedova. I padroni un giorno sono venuti da me, io ero arrivata qua da solo un mese, e mi hanno detto: “Figlia mia, vogliamo venderti questa casa. Per 100 lire”. Non 100 milioni. Cento lire».
«Allora mio marito mi disse, “ma sì, compriamola questa casa”».
«E io gli ho risposto “che ci facciamo con 40 chiavi?”»
«Allora avevamo 5 o 6 figli e mio marito disse: “Diamo una casa ad ognuno di loro”».
«Mio figlio maggiore era stato chiamato al servizio militare. Allora ho detto a mio marito. Io queste 100 lire preferisco usarle per non farlo andare a soldato. Non voglio che indossi la divisa. Non mi serve tutta questa grande casa».
«Adesso il padrone non la dà neanche per un trilione.. un miliardo. Dollari. marchi. Tutti i miei parenti i figli mi dicono spesso. Perché non hai dato retta a papà quella volta».
«Cento lire! … E non ho accettato».

Al momento del saluto, Agi Ismet è ormai diventata per noi soltanto “Ninè”, nonna, anche se non so se sia in arabo o in turco. So che lei, che aveva capito tutto, anche il mio incanto col groppo alla gola, mi ha baciato da nonna.

Le strade di Mardin

Le strade di Mardin sono ripide e strette, pensate e realizzate quando a muoversi qui erano soltanto i nobili somari, i cavalli dei notabili e dei condottieri e gli imponenti cammelli che portavano il loro carico prezioso lungo le vie della seta.
La confusione umana del Bazar, mischia i cavalli motore di oggi agli asinelli da soma, i clacson maleducati alle incitazioni urlate agli asini più recalcitranti. Caos apparente in cui, alla fine, tutto riesce incredibilmente a funzionare.
Lungo l’allora carovaniera, oggi la strada principale, la meta degli antichi viaggiatori. Il caravanserraglio accanto alla moschea. C’è dal 1.200, prima di diventare l’albergo scomodo ma di prestigio che ti accoglie assieme ai non moltissimi turisti alla scoperta di Mardin e dei suoi segreti.

Curiosando tra terrazze e sale semi nascoste di quel labirinto modernizzato, scopro di altri, ben più illustri ospiti accolti qui. Carlo d’Inghilterra, ad esempio, non so bene se prima o dopo Lady Diana. O forse l’eterna Camilla.
Un mondo tutto da scoprire insomma, anche alla luce della luna che nel suo tempo trasforma Mardin e la rocca di mura che la corona, inavvicinabile postazione militare purtroppo, in una sorta di presepe di luci e colori. L’orrore di un mostro moderno fatto sorgere come escrescenza incivile su un basso colle che sorge accanto, giustifica se stesso con la vista ed il vino siriaco speziato che ti offre il suo ristorante.

Mardin è comunque sopratutto sole. Luce che abbaglia e quasi impasta tra loro le sfumature oro delle sue pietre. Al tramondo insegui il sole verso la Siria, a due passi e, a sinistra, incontri l’altro colle che corona la città, brulla postazione militare che disegna con pietre bianche il più noto monito che viene da Ataturk: “Felice colui che si può definire turco”. Diritto di proprietà nazionale ovunque qui.
Sotto il minareto di Şehidiye, cuore della cittadella, la voce di un appassionato storico locale a raccontarci del mondo incantato di Mardin.

La città segna la gente

«Le case, le moschee, la madrase, i monasteri, le chiese, le fontane, le fortezze di Mardin, sono tutte proprietà registrate al catasto. Si sa chi le ha fatte, perché sono state fatte, ed anche attualmente sono utilizzate nella vita quotidiana per tutte le attività sociali ed umane. Non vengono abbandonate. Mardin è una città che vive dentro la sua storia»
Il nostro testimone, Selahattin Bilirer, storico di Mardin, pensa in arabo siriano, comunica con noi in turco e chiacchiera col vicino di casa in curdo.

«Qui a Mardin vivono sia cristiani sia musulmani. Tra i musulmani ci sono le due confessioni degli shafiti e degli hanefiti, mentre i nostri concittadini cristiani sono sia cattolici sia ortodossi, ed una piccola percentuale di protestanti. I nostri concittadini musulmani sono etnicamente turchi, arabi e curdi, mentre i cristiani sono etnicamente armeni, siriaci e caldei.
Viviano qui, assieme, da secoli. Non c’è mai stata tra noi un’inimicizia sistematica. Viviamo da secoli da amici.
Certamente, sì, ci sono state delle dispute, ma per piccole questioni d’interesse, di potere, e non sono mai state sistematiche e durature».

Un misto di vanità ed orgoglio quello del nostro testimone. Assieme stiamo guardando verso le pianure siriane, quando la sorte ci offre un’altra eccezionalità di Mardin. Volo di colombi a veleggiare sull’aria portante che giunge dal deserto siriaco. Soltanto qui, col vento che soffia dalla Mesopotamia, le incredibili capriole, salto mortale all’indietro che ripetono come un gioco i colombi di Mardin. A testimonianza dell’incredibile mi appello alle immagini e al “Rallenty” documentato dalla telecamera Rai per il settimanale “Mediterraneo” (forse su Ray Play lo ritrovate). Altrimenti, appuntamento a Mardin, mesopotamia turca, mezza stagione a verificare di persona.

AVEVAMO DETTO

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