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martedì 19 20 Novembre19

Libano, la rivoluzione ‘WhatsApp’ contro politica d’arroganza antica

Almeno 2 morti e forse 100 feriti. Le manifestazioni si oppongono alle nuove tasse governative. Beirut fa marcia indietro sull’imposta alle app di messaggistica. Non solo rivolta Iternet ma piazza vera contro una politica d’arroganza antica. Il Libano non è una autocrazia militare ma una democrazia gravemente malata.

La più strana rivolta mediorientale

Migliaia di persone in strada, scontri e due morti. Rivolta popolare che è quasi rivoluzione in Libano per ragioni che possono stupire se ci si ferma alla scintilla che ha dato il via all’incendio che rischia ora di travolgere il Paese. Nuove tasse su diversi beni e servizi di largo utilizzo, tra cui l’app di messaggistica WhatsApp, il tabacco e la benzina. Colpire in un colpo solo la popolazione ultima per ceto e per condizione: il piccolo trafficare dell’arrangiarsi e Internet sola via di fuga per i giovani prigionieri di una situazione senza speranze in casa. Negli scontri, leggiamo dalla agenzie, sono morti due siriani, soffocati a causa di incendio scoppiato in un negozio nel centro di Beirut durante i disordini. Oltre 60 i feriti, ma è di fatto disgregazione politico sociale.

Crisi economica e politica a lotti

Non solo contro la ‘tassa WhatsApp’ (ormai così si chiama), ma contro i perduranti bizantinismi della politica costretta ad complicati equilibri etnici e religiosi, prigioniera di potentati e famiglia clanistiche, con un Paese che si sta progressivamente impoverendo. Libano afflitto da una grave crisi economica e le opposizioni che accusano il governo di Saad Hariri di incapacità. Il leader cristiano maronita delle Forze libanesi, Samir Geagea, chiede le dimissioni dell’esecutivo. La tassa sull’uso di Whatsapp e di altri mezzi di comunicazione via Internet è stata subito revocata, ma le proteste si sono allargate e sono proseguite per tutta la notte. I manifestanti sono scesi in strada scandendo lo slogan delle proteste arabe: «Il popolo vuole la caduta del regime».

 WhatsApp miccia di ben altro

E adesso la politica libanese di eterno corso e di gruppi di potere e di famiglia, ora inizia ad avere paura. «Il primo ministro libanese Saad Hariri ha annunciato di aver concesso 72 ore a tutti i partiti politici all’interno e fuori dal governo per trovare una soluzione alla crisi economico-sociale», segnala sull’agenzia Agi Lorenzo Forlani. Liturgia politica mentre i bond libanesi espressi in dollari hanno perso quasi 2 centesimi durante la prima giornata di sommosse. Ma è quasi guerriglia in tutto il Libano. A Tripoli le guardie del corpo del parlamentare Misbah al Adhab hanno aperto il fuoco ferendo sette manifestanti e uccidendone due. Sceriffi privati e politici padroni, ma qualcuno di loro adesso rischia di lasciarci a sua volta la pelle per accesso di arroganza e non percezione delle tensioni popolari reali.

Basta corruzione e clientelismo

«Decine di migliaia di persone sulle piazze di tutte le principali città del Paese per chiedere una reale lotta alla corruzione e la fine del clientelismo imperante, insito nel sistema confessionale libanese», la cronaca di Lorenzo Forlani. Paese al collasso economico da almeno 5 anni: un debito al 130% del Pil, sperequazioni economiche enormi, lo Stato che non riesce ad assicurare la corrente elettrica costante, problemi di approvvigionamento idrico (un anno fa è arrivata un’altra nave cisterna turca ma non è sufficiente), oltre alla quantità preoccupante di spazzatura, dopo la chiusura di varie discariche per saturazione. Quasi metà della popolazione, inoltre, vive sotto la soglia di povertà relativa. Su debito e spazzatura, Roma per buon gusto tace.

Dai ‘nemici di parte’ ai nemici assoluti

«Il Libano non è una autocrazia militare ma una democrazia gravemente malata. Tuttavia, oltre a “Thawra” (rivoluzione), per le strade si è sentito diverse volte un coro divenuto famoso durante le primavere arabe: “Al shab yurid isqat al nizam”, il popolo vuole rovesciare il sistema». Segnali allarmanti per l’agenzia Italia (Agi). E ancora Forlani: «Se l’obiettivo a breve è la caduta del governo, quello di lungo termine è la fine del confessionalismo, che divide il Paese su linee settarie, condannando i cittadini a fare riferimento ai politici del loro gruppo religioso. C’è però il rischio che una rilevante porzione di Paese non sia pronta per una democrazia parlamentare pura e finisca in ogni caso per votare con criteri settari (quindi secondo questa logica vincerebbe le elezioni un candidato sciita, poiché esponente di una maggioranza relativa della popolazione). È vero che la società si secolarizza progressivamente ma certi legami sono ancora troppi forti, specie per le vecchie generazioni».

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