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lunedì 11 Novembre 2019

Anche l’Iraq verso la Siria per ora al confine, situazione interna critica

L’Iraq invia 10mila soldati al confine con Siria: ‘timore su infiltrazione di terroristi’ che non dice tutto quello che sa. Tregua interna in Iraq intanto tra manifestati a governo ma la situazione resta critica. Secondo il ministero della Salute dell’Iraq, i disordini hanno provocato 165 morti e più di 6.000 feriti tra manifestanti e polizia.

Tutti verso la Siria

«Le autorità irachene hanno inviato 10.000 militari nelle regioni di confine con la Siria per impedire a possibili gruppi terroristici di attraversare il confine». Lo ha annunciato oggi il portale iracheno Mawazin News, citando un funzionario del ministero della Difesa del Paese. «Almeno 10.000 soldati e personale di sicurezza dell’esercito insieme ai combattenti dell’Iraq e di una milizia sciita Hashd al-Shaabi (Unità di mobilitazione popolare irachene)».

Un bel mucchio di mezzi militari e di uomini per quello che cercato di raccontarci come semplice ‘pattugliamento di confine’ a ovest della città di Mosul, salve che il problema ex Isis e dintorni non sia molto peggiore di quanto ci raccontano.

Altra fonte (la russa Sputnik), dal dipartimento militare, «le forze aggiuntive saranno schierate di fronte alle province siriane di Deir ez-Zor e Al Hasakah». Sempre fonte militare, a confermare inquietudini e sospetti, «Questi rinforzi devono essere preparati per qualsiasi situazione di emergenza associata alla possibile infiltrazione dei sostenitori del gruppo terroristico dello Stato Islamico».

Le troppe cose che non ci dicono

Tra la troppe ‘distrazioni’ internazionali nell’area, anche la situazione interna irachena sconvolta da due settimane di proteste violente in tutto il Paese. Pax religiosa e del tutto provvisoria, racconta il giornalista iracheno Zuhair al Jezairy, su Internazionale. «Dopo una settimana di sangue il governo iracheno e i giovani manifestanti sono giunti a un accordo non scritto di cessate il fuoco per permettere ai pellegrini di andare in sicurezza a Karbala e Najaf, due città che sono luoghi santi dello sciismo». Resta tutta la gravità della crisi sociale e politica che mette a rischio il governo di Adel Abdul Mahdi, di cui i manifestanti continuano a chiedere la destituzione.

165 morti e più di 6.000 feriti

Proteste ovunque e repressione feroce. Zuhair al Jezairy racconta di tre giorni di lutto, e di quel nastro nero sulla schermo della tv di Stato per quei 165 morti e più di 6.000 feriti tra manifestanti e polizia denunciati dal ministero della salute. Cifre da rivoluzione interna. «Sotto pressione, Abdul Mahdi ha emanato in tutta fretta un decreto con 17 proposte di riforme, compresa la promessa di creare circa 15mila posti di lavoro per i disoccupati e di punire mille funzionari governativi la cui corruzione è stata dimostrata». Partita politica interna complessa, ben oltre la eterna divisione tra islam sciita maggioritario e sunnita (del fu Saddam). Ad esempio la presenza militare Usa sempre meno gradita dalla popolazione.

Abdul Mahdi e il ‘mukhassasa’

Il primo ministro alle prese con una quasi rivoluzione, «ha chiesto alla gente infuriata di dargli la possibilità di dimostrare la serietà delle sue intenzioni. Le sue parole erano rivolte ai manifestanti e non alle coalizioni politiche che lo hanno eletto». Da subito, rimpasto di governo. Quattro ministri fuori (quelli più bersagliati da critiche e accuse di corruzione), mentre il parlamento dovrebbe approvare il nuovo esecutivo entro una settimana. «Ma il problema principale resta sempre lo stesso. Nella scelta dei ministri Abdul Mahdi procederà, come si è sempre fatto dal 2003 a oggi, basandosi sul sistema delle quote etniche e confessionali (noto come mukhassasa) oppure manterrà la promessa di nominare dei tecnici?».

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