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lunedì 11 Novembre 2019

Ecuador vince la rivolta popolare sul governo ma è ancora partita aperta

La resa per presidente in diretta televisiva. Lenín Moreno, nome beffa per il dopo ‘Correismo’ (la svolta politica di Rafael Correa), la quasi rivoluzione che per dieci anni aveva cambiato le condizioni della parte più povera della popolazione.

Ecuador, i popoli indigeni contro

Le proteste contro la riforma ultraliberista sulla pelle della parte più debole della popolazione erano cominciate il 3 ottobre dopo che il governo aveva approvato una serie di misure di austerità concordate col Fondo Monetario Internazionale. Vecchia storia nella partita ‘dare-avere’ degli aiuti internazionali, -un credito di oltre 4 miliardi di dollari per risollevare l’economia del paese-, ma è il governo locale che decide chi e come dovrà pagare il conto più salato. E qui, Lenin solo di nome, si scopre. La misura più contestata per chi campa arrangiandosi, la rimozione dei sussidi per il carburante, in vigore dagli anni Settanta. A causa delle proteste, quasi vera e propria guerriglia, risultano ufficialmente morte almeno sette persone, feriti a bizzeffe e arresti a mucchi, ma ancora i conti non tornano. Il governo Moreno, prima aveva dichiarato lo stato d’emergenza, poi imposto un coprifuoco, infine aveva spostato il governo da Quito alla città costiera di Guayaquil.

Ecuadorean President Lenin Moreno

La paura fa novanta, epilogo Moreno

Ora la resa in diretta tv. Moreno, ha annunciato ‘di aver deciso’ di annullare il decreto esecutivo 883, con l’eliminazione dei sussidi, come chiesto dalla Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (la Conaie). Secondo il quotidiano statale El Telegrafo, sarà una commissione di rappresentanti del governo e dei gruppi sociali a concordare gli interventi di politica economica in presenza di ONU, Organizzazioni indigene e CEE (Conferenza Episcopale Indigena). «Con questo accordo le mobilitazioni in tutto l’Ecuador sono terminate e insieme ci impegniamo a ripristinare la pace nel Paese: così recita il comunicato congiunto finale della presidenza e dei leader della protesta indigena, una volta raggiunto l’accordo».

Il tweet della resa

@Lenin – Por la paz y el futuro de nuestro país hemos decidido mantener el toque de queda en Quito hasta próximo aviso; además, revisaremos el Decreto 883 conforme al pedido de organizaciones indígenas y sectores sociales para asegurar que los recursos lleguen al campo. #LaPazSeRecupera

Popoli indigeni, ma gli altri problemi?

Corollario all’accordo, poco pubblicizzato, 1) le dimissioni dei due ministri Jarrín (Ministro della Difesa) e María Paula Romo (Ministro degli Interni), 2) libertà per tutti i detenuti, 3) libertà di protesta come da Costituzione. Di fatto, valutazione di parte sindacale, la “indigenizzazione” della protesta ha ridimensionato altre questioni gravi del mondo del lavoro. Al tavolo di pace non si sono affrontati problemi che hanno provocato un aumento della precarizzazione lavorativa, i licenziamenti di massa (oltre 220.000 negli ultimi 2 anni), i processi di esternalizzazione e la riduzione dei salari con un maggior livello di sfruttamento. La rivolta ecuadoregna stabilisce un pausa, ma il disagio sociale resta alle stelle, pronto ad esplodere in qualsiasi momento rispetto ad un governo scredito e debole.  

L’ex presidente ecuadoregno Rafael Coreo ora in esilio

Troppo ancora da chiarire

I dodici giorni di vera e propria guerriglia in cui si è visto il peggio di un sistema di potere. Ad esempio l’accusa a Moreno di aver usato le ambulanze per trasportare armi antisommossa, denuncia Amauri Chamorro, analista e consulente internazionale, intervistato da Geraldina Colotti su l’AntiDiplomatico. Da Chamorro, accuse molto pesanti. A proteggere Moreno ci sarebbero militari comandati direttamente dagli USA. “Il tradimento di Moreno non nasce dal nulla”. Critica politica a tutto campo. “Ora Moreno cerca di attribuire a Maduro la responsabilità del caos che ha provocato applicando le ricette dell’FMI, sino a ridicolo di sostenere che Maduro possa aver pagato un milione di persone per portarle in piazza”.

AVEVAMO DETTO

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