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martedì 12 Novembre 2019

Ecuador, quasi rivoluzione contro l’austerity selvaggia

Austerity e repressione dura del governo di Lenin Moreno, il successore di Rafael Correa al timone dell’Ecuador. Fine della ‘Revolución Ciudadana’, torna la dottrina neoliberista FMI. Tumulti di protesta esplodono sia a Quito, la capitale, che a Guayaquil, la città più grande.

Ecuador e fronte Cina-Usa

Ecuador, il sudamerica attraversato dall’equatore, sul fronte del Pacifico. Austerity e repressione dura del governo di Lenin Moreno, il successore di Rafael Correa al timone dell’Ecuador. Fine della ‘Revolución Ciudadana’, imposta dall’FMI, il fondo monetario internazionale, con una dura pratica neoliberista. Tumulti di protesta esplodono sia a Quito, la capitale, che a Guayaquil, la città più grande. Rafael Correa, nei suoi tre mandati, dal 2007 al 2016, era riuscito ad abbassare il tasso di povertà ecuadoriano dal 37% al 22,5%. Come? Le royalties per l’estrazione del greggio tolte agli Stati Uniti e passate alla più generosa (o meno ladra) Cina.

Socialismo alla Correa

Il ‘Producto interior bruto’ (il nostro Pil), per sistema sanitario e educativo, il mantenimento di un’imprenditoria privata e cooperativa, e controllo delle multinazionali negli investimenti dall’estero. Ma quando i prezzi del petrolio crollano a livello internazionale, si apre la crisi economica (molte similitudini economiche col Venezuela). L’attuale contestatissimo presidente Moreno, è arrivato al potere vincendo di misura le elezioni 2017. Correa intanto si era ritirato dalla politica attiva, andando a vivere in Belgio. Tradimento anche giudiziario in casa con un mandato di estradizione, emesso dalla procura di Quito ma respinto dall’Interpol.

Ecuador modello FMI

L’Ecuador modello FMI imposto, spiega Flavio Bacchetta sul Fatto, si trasforma in un massacro sociale, assieme alla rinnovata sottomissione agli Usa (iniziata con l’arresto di Julian Assange all’interno dell’ambasciata ecuadoriana a Londra). Prestiti dal fronte occidentale a caro prezzo. Correa demonizzato oggi, ma allora elezioni trasparenti e libera circolazione dei giornali di opposizione.

Dalla foresta Amazzonica alle Ande

«Adesso è in vigore uno stato di emergenza che porta a repressioni violente e arresti in serie -annota Bacchetta- La stessa china che ha visto Mauricio Macrì in Argentina scendere dal piedistallo di eroe nazionale per salire sul poco ambito podio del politico più impopolare».

La rivolta contro il ‘paquetazo’

Diventa intanto sempre più brutale la repressione delle proteste popolari contro le misure selvagge di austerity (il ‘paquetazo). I dati della Coordinadora ecuatoriana de contrainformación -scrive Claudia Fanti sul Manifesto- parlano di 7 morti tra cui un neonato, 95 feriti gravi, più di 500 feriti lievi, 85 persone scomparse, più di 800 detenuti e 57 giornalisti aggrediti dalla polizia. «Questo è un governo repressivo e criminale». Bombe lacrimogene persino contro i centri di rifugio della Pontificia università cattolica salesiana. «Non c’è memoria nella storia recente del paese di una repressione tanto atroce e violenta contro un popolo che rivendica i suoi diritti», denuncia Jaime Vargas, il presidente della Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador.

Protesta quasi rivoluzione

La rivolta, tuttavia, non si ferma, finché «il Fondo Monetario Internazionale non uscirà dall’Ecuador». Nel frattempo la Corte Costituzionale ha convalidato lo stato di emergenza disposto da Moreno, ma ne ha dimezzato l’applicazione temporale, fissata inizialmente a 60 giorni. Il presidente intanto accusa il suo predecessore Rafael Correa, “sostenuto dal presidente venezuelano Maduro” (altro ben noto bersaglio statunitense), di essere dietro le agitazioni che stanno «destabilizzando il governo e l’ordine democratico». E per sua sicurezza sposta della sede del governo dalla capitale Quito a Guayaquil.

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