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mercoledì 16 Ottobre 2019

Nemico Iran ma è l’Iraq americano che esplode in rivolte per la fame

Trent’anni di guerre americane inventate e milioni di morti non hanno cambiato niente. Corruzione e soprusi dopo Saddam sono quelli di prima, la denuncia di Piero Orteca

Il nemico Iran e l’Iraq americano

Dopo quasi trent’anni di guerre, guerriglie, sanguinosi attentati e scontri violentissimi tra l’Occidente l’Islam e, all’interno di quest’ultimo, tra sunniti sciiti, siamo sempre punto e a capo. L’Irak resta un’area di crisi ingestibile, dove si continua a morire come ai tempi di Saddam Hussein. Solo negli ultimi due giorni ci sono stati oltre 100 morti e 2500 feriti, per le violentissime proteste scatenate da una situazione economica al collasso. Non vogliamo dire una bestemmia, ma molti iracheni in questo momento stanno pensando che forse si stava meglio quando si stava peggio. Insomma, la “esportazione” della democrazia è stata una gran presa per i fondelli, che mascherava l’esigenza di mettere una pezza al rovinoso processo di decolonizzazione governato in primis dagli americani e, a ruota, da inglesi e francesi. In definitiva, se oggi il Medio Oriente è diventato il bubbone più pericoloso per la stabilità internazionale, gli “untori” che stanno dietro cotanta peste hanno un nome e un cognome precisi.

Groviglio di incapacità e corruzione

A scendere in strada è stata una torma di manifestanti, inselvatichiti da quello che la britannica BBC chiama un immondo groviglio di incompetenza, corruzione, manifesta incapacità di costruire un minimo livello di qualità della vita. Sembra l’incipit di una di quelle rivolte per il pane che diedero il via alle Primavere arabe, che purtroppo, infiltrate da mille imbroglioni in doppiopetto, hanno finito per fare il gioco di una nuova classe di allupati. Da Baghdad alle province sciite del sud, fino a Bassora, i rivoltosi hanno sfidato i proiettili della polizia governativa, lasciando sul selciato oltre 100 morti. Il vero problema, però, non è solo la cronaca nera, ma anche la chiave interpretativa da dare alle proteste. A Baghdad e in tutto il sud si sono ribellati in maggioranza i quartieri e le province degli sciiti, imbestialiti contro un governo fatto per la maggior parte proprio da loro correligionari.

E spuntano gli Ayatollah iracheni

I due grandi ayatollah, Alì Sistani e Moqtada al Sadri, sono intervenuti con pesanti dichiarazioni mentre il premier Adel Abdel Mahdi ha messo le mani avanti, avvertendo tutti che stanno scherzando col fuoco (compreso lui, a nostro avviso). E proprio perché abbiamo parlato di fuoco, lo stesso premier non trovano di meglio che proclamare il coprifuoco nella capitale e nelle aree a più alto rischio, dando un chiaro segnale di quanto grave sia la crisi e di come sia stata finora sottovalutata dai “patron” americani. Ufficialmente la gente è stanca e imbufalita per la situazione economica che non lascia speranza. La disoccupazione (sulla carta) dovrebbe attestarsi tra il 10 e il 20%, ma quella che colpisce i giovani è molto più elevata. Diversi osservatori, non solo iracheni, sono particolarmente duri col governo di Baghdad. In molti dicono che si vivacchia, anzi si galleggia, su un mare magnum di compromessi e contraddizioni che premiano soltanto una classe politica rapace e lontanissima dai bisogni della gente.

Solo islam sciita o anche Iran

Le proteste, anche agli analisti, sono sembrate spontanee. Ma, gratta gratta, sotto la vernice della ribellione traspaiono graffi inquietanti. A dirla tutta, le radici della ribellione sono principalmente sciite. La componente musulmana sunnita, che pure dovrebbe essere massicciamente interessata, non sembra ugualmente coinvolta. E questo è molto strano. Fa pensare a una rottura di equilibri interni alla società irachena, ma anche a qualche cosa di molto più pericoloso. E se l’Iran avesse un filo diretto con qualcuno interessato a cavalcare le proteste? Sarebbe una pessima notizia per la Casa Bianca, rendendosi conto di aver aperto un altro fronte della sua violenta guerra d’attrito con Teheran. Una rivolta per questioni economiche è la peggiore delle situazioni in cui Trump si vorrebbe trovare. Ma è quello che sta accadendo. Né gli annunci di immediate misure “correttive” appaiono adeguati. Tagliare del 5% gli stipendi degli alti burocrati e dei politicanti equivale a zero. Quella è gente che fa soldi ogni giorno, con la corruzione, imponendo tangenti su ogni foglio di carta, timbro o autorizzazione. E questo la gente lo sa.

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