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lunedì 20 Gennaio 2020

Libia, lo Stato Islamico a due passi dall’Italia, raid Usa da Sigonella

I droni americani hanno colpito una base dello Stato Islamico che trova spazio nella guerra civile tra Haftar e Sarraj per riorganizzarsi. In dodici giorni uccisi 43 terroristi. Tra le ragioni di Mike Pompeo a Palazzo Chigi

Notizia fatta minore dai distratti

Per chi possiede il bene costoso delle agenzia di stampa internazionali, forse la notizia meritava più attenzione. Le troviamo solo sul Post di qualche giorni fa. «Martedì undici miliziani sospettati di appartenere allo Stato Islamico sono stati uccisi da un attacco aereo degli Stati Uniti a Murzuq, nel sud della Libia. Sempre a Murzuq, il 19 settembre gli Stati Uniti avevano condotto un altro attacco aereo che aveva ucciso otto presunti miliziani dell’ISIS. Alla fine del 2016 alcuni gruppi di miliziani dell’ISIS si erano rifugiati nel deserto libico dopo che l’organizzazione terroristica aveva perso il controllo della città di Sirte».

Stato Islamico a tre passi da casa

O gli americani sono matti e sprecano voli di droni e proiettili costosi per dare la caccia ai fantasmi, o noi Italia dovevamo essere già da un po’ di tempo in ‘massima allerta’. E forse i nostri sistema di sicurezza lo sono ma per non creare inutile allarme non ce lo dicono. Oggi finalmente, la notizia anche oltre il giornalismo povero del web, anche se su Repubblica.it, Gianluca Di Feo, riprende, rilancia, arricchisce. «Lo Stato Islamico sta cercando di rinascere. E per risorgere dalla cenere delle sconfitte ha scelto il Paese dove ci sono le condizioni ideali: la Libia, devastata dalla guerra civile. Lì è facile radunare reclute ed armi, anche sofisticate».

Haftar Sarraj ‘distratti’ e impuniti

Rilancio della notizia, con qualche aggiunta. Domenica gli attacchi dei droni statunitensi sono diventati quattro in dodici giorni. L’obiettivo, sempre qualche formazione dell’Isis, nascosta nei territori desertici del Fezzan. Scopriamo, ‘comunicato ufficiale’, che il raid di domenica ha ucciso sette persone. Se ne vanta il generale William Gayler, direttore delle operazioni di Africom. Obiettivo delle incursioni, «distruggere l’attività di pianificazione e addestramento dei terroristi». A dirci che da quelle parti in Libia, non ci sono quattro straccioni sopravvissuti del califfato in fuga da Siria o Iraq, ma cellule vere e proprie dello Stato Islamico, uno o più nuclei che stanno cercando di riorganizzarsi «in grande stile».

Scambio di favori americani?

Questione libica, uno dei punti chiave della visita romana di Mike Pompeo, segretario di Stato ed ex capo della Cia, a Palazzo Chigi. Sicuramente meno contaballe del suo capo Trump, ma portatore di interessi Usa che non sempre coincidono con i nostri. Basta frottole sulla ‘cabina di regia’ italiana per la Libia, o Haftar nemico che invece chiacchiera al telefono con Donald. Forse c’è da sperare che i nostri servizi abbiano qualche segretuccio da parte, ad esempio sull’Ucrainagate, da poter scambiare, come un tempo facevamo noi con le figurine dei calciatori. Vedremo (modo di dire), ma certo non sapremo. Resta il fatto che gli americani si sono forse accorti del pasticcio combinato dall’ondivago Trump con Haftar, generale da guerre perse, che mentre non riesce a prendere Tripoli, ingrassa l’ex Isis nel Fezan.

Interessi contrastanti in campo

L’offensiva ‘lampo’ di Haftar contro Tripoli, arenata ormai da mesi e degenerata in un conflitto con la mobilitazione di milizie d’ogni genere (Remocontro vi ha scritto dei mercenari russi del gruppo Wagner) e le ormai esplicite interferenze di potenze musulmane come Turchia, Egitto, Emirati e Qatar. «Pompeo però dovrebbe tributare un riconoscimento alla posizione dell’Italia, che sotto la supervisione del premier, ha tenuto un canale aperto con tutti i contendenti». Vecchi e forse nuovi meriti dell’Aise, i servizi segreti esteri, che ci mette nelle condizioni ideali per tentare una mediazione. Ma quei soldati a supporto spie in Libia, col dopo Isis risorgente diventano veramente a rischio.

La Tripolitania nuova Siria?

La vecchia e mai morta Al Qaeda, ma a far più paura è ancora lo Stato Islamico, che nel 2015 sembrava cancellato dalla Libia dopo la durissima e sanguinosa battaglia di Sirte. «Oggi invece i segnali di ricostituzione sono sempre più forti, con il sospetto che alcuni veterani sfuggiti dalle disfatte in Medio Oriente abbiano raggiunto il Maghreb». I raid condotti dai droni americani in dodici giorni avrebbero ucciso 43 presunti jihadisti, un mucchio di combattenti pensando ai più che sono sopravvissuti. «Il cuore del Fezzan, la regione più meridionale, in un territorio desertico non lontano dal confine del Niger: il crocevia dei traffici dall’Africa Centrale e della rotta dei migranti diretti verso l’Europa. Lì dove la disperazione rende più facile il proselitismo».

AVEVAMO DETTO

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