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mercoledì 16 Ottobre 2019

Israele vota e trema mezzo mondo

Il voto di martedì che l’America di Trump aspetta con ansia, per molti altri è speranza rovesciata. L’accoppiata Trump Netanyahu sul mondo. Casa Bianca preoccupata che si defila. Domani il ritorno alle urne con Netanyahu in difficoltà che ha inventato di tutto. L’incognita del voto arabo. Nel marasma dei sondaggi, Piero Orteca.

Trump-Netanyahu ‘amici per la pelle’

Un enorme manifesto elettorale che copre tutta la facciata di un palazzo di 10 piani a Tel Aviv, con Benjamin Netanyahu e il presidente americano Donald Trump, sorridenti, che si stringono la mano. Uno a sostenere l’altro, la caduta di uno a far precipitare l’altro, è una delle analisi-speranze dei molti avversari nel mondo. Trump, tifoso smodato per istinto, Netanyahu opportunista per calcolo. Tre i doni dell’America trumpiana all’Israele espansivo ed aggressivo di Netanyahu: 2017, Gerusalemme capitale di Israele. 2018, la rottura Usa dall’accordo sul nucleare iraniano, contro il parere del mondo. A due settimane dal voto, il riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan, da padroni del mondo.

Ramat Trump, le Alture di Trump

Netanyahu, a giugno ha cambiato il nome a un piccolo insediamento israeliano nel Golan siriano che l’americano avrebbe donato rubando in casa altrui. Non più Bruchim, come si chiamava, ma ‘Ramat Trump’, le Alture di Trump. Eppure, rileva Roberto Bongiorni sul Sole24ore, finora il silenzio di Trump è stato quasi assordante. «Nessun regalo elettorale a Bibi, nessuna parola di incoraggiamento. Nessun commento neanche all’estremo tentativo fatto martedì 10 settembre da Netanyahu per guadagnare consensi: l’annuncio di voler annettere la valle del Giordano». Il problema che a Trump piace sostenere i cavalli vincenti, veri il rapido passaggio da Salvini e ‘Giuseppi Conte’.

Trump dalla parte del vincente

«Che Trump abbia subodorato che qualcosa potrebbe non andare come previsto. E cominci a prendere le distanze dall’amico Bibi?». Legittimo dubbio assieme ad altri segnali. La cacciata di Stranamore Bolton e la disponibilità a incontrare il presidente iraniano Hassan Rouhani, «forse già tra pochi giorni all’Assemblea generale dell’Onu», avverte Bongiorni. Qualcosa di molto simile ad un tradimento per un Netanyahu ormai oltre qualsiasi destra, pronto a tutto per salvare il suo potere e se stesso dalla galera per corruzione. Con un problema in più, ora, con l’amica monarchia saudita stracolma di armi miliardarie Usa che proprio non sa usare e viene colpita in casa dallo Yemen.

Usa-Israele comunque in MO

Trump in corsa per la sua di rielezione può anche non sbilanciarsi troppo in smancerie col cavallo Bibi che se anche pareggiasse sul traguardo, rischierebbe l’esclusione per troppi e tutti legittimi e forti sospetti. Ma certo, la Casa Bianca dello stesso Trump non può fare a meno di Netanyahu o di chi -probabilmente a destra, ma con un po’ più di ritegno- potrebbe sostituirlo. Un po’ per amore di famiglia e un po’ per scambio di favori, la politica americana in Medio Oriente, è stata affidata da Trump a suo genero, Jared Kushner, 38 anni, ebreo conservatore molto vicino a Netanyuahu. Influenza elettorale andata ritorno: Bernie Sanders, uno dei candidati alle presidenziali per il Partito Democratico, ha ipotizzato il taglio degli aiuti militari americani a Israele, 3,8 miliardi di dollari all’anno. e.r.

ANSA, sondaggi della vigilia

Testa a testa tra Benyamin Netanyahu e Benny Gantz e nessuna delle due coalizioni con in tasca la maggioranza per un nuovo governo in Israele. Una situazione allo stato attuale bloccata, che conferma anche come possibile ago della bilancia il nazionalista laico Avigdor Lieberman. Secondo le rilevazioni delle tv commerciali Canale 12 e Canale 13, il Likud di Netanyahu e il centrista Blu-Bianco di Gantz-Lapid hanno entrambi 32 seggi mentre a livello di coalizione, la destra del premier ha 58-59 deputati contro i 53 del centro sinistra. Entrambe tuttavia senza i 61 seggi su 120 alla Knesset, soglia minima per governare. Per i due schieramenti determinanti gli 8 seggi che, secondo i sondaggi, ha Lieberman. Alla destra di Netanyahu non basterebbe neppure che quella radicale rappresentata da ‘Otzma Yehudit’ superi lo sbarramento elettorale e porti a casa 4 seggi. La Lista araba avrebbe 12 seggi, mentre i laburisti si fermerebbero a 4 seggi: ancora peggio delle passate, catastrofiche, elezioni.

Orteca, ‘sul filo del rasoio’

Nel gergo ippico si direbbe che sono a una incollatura. I conti si fanno alla fine e, per la verità, questa volta rischiano di essere abbastanza azzardati, perché l’indecifrabile intreccio di intese tra partiti, partitini, possibili coalizioni e sbarramenti proporzionali (il 3,25%) rendono qualsiasi previsione una scommessa. Intanto, non si è sicuri dei partiti “border-line”, quelli che scavalcheranno l’asticella proporzionale per essere presenti in Parlamento. E poi, bisognerà sondare gli umori di tutti coloro che venderanno la loro alleanza a peso d’oro. Secondo logica (che, comunque in politica non funziona sempre) se la destra estrema e razzista di Otzma, seguace del rabbino Kahane, (si tratta di una specie di Ku Klux Klan religioso in salsa ebraica), entrerà alla Knesset, Netanyahu potrà contare su almeno 59 seggi (maggioranza richiesta 61).

Lieberman ‘mai più Netanyahu’

Decisivo l’ingombrante ex alleato, Avigdor Lieberman. Il “fu” buttafuori da discoteca moldavo è il paladino dei coloni “duri e puri”, in buona parte immigrati dall’Est Europa e dalla Russia. E’ un osso duro e offre alleanze che costano un occhio. Tanto è vero che ad aprile scorso rifiutò l’endorsement a Netanyahu, lasciandolo in mezzo al guado e praticamente obbligandolo a indire nuove elezioni. Questa volta “Bibi” ha messo le mani avanti, reclamizzando una possibile (parziale) annessione della Cis-Giordania. E’ un bluff elettorale? Forse. Se l’attuale leader israeliano dovesse avere bisogno dell’appoggio di Lieberman e del suo Yisraeli Beiteinu (che forse arrafferà 7 seggi), allora potrebbe essere obbligato a fare proprio questa mossa da casus belli.

Cisgiordania e acque del Giordano

Che non ha solo un valore strategico in senso strettamente militare, ma riveste un peso “infrastrutturale” di primo piano, per la questione del controllo delle acque del Giordano. Annettersi la West Bank vorrebbe dire dichiarare guerra alla galassia palestinese. Che dovrebbe reagire, tirandosi appresso tutta una Catena di Sant’Antonio di reazioni prevedibili (e micidiali): salterebbe il banco dei colloqui di pace, Trump sarebbe costretto a mettere becco giocandosi magari la rielezione, l’incubo iraniano, scacciato dalla porta rientrerebbe dalla finestra e la Striscia di Gaza, con un effetto domino, s’incendierebbe.

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