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lunedì 16 Dicembre 2019

Tunisia presidenziali nel sogno di una vera democrazia

Tunisia al voto. Sette milioni alle urne per eleggere il presidente tra 26 candidati. Di fronte, problemi strutturali, dalle diseguaglianze alla corruzione. Otto anni dopo la rivoluzione che depose Ben Ali, resta centrale la sfida tra fronte laico e fronte islamista

26 candidati per un presidente

Una poltrona per 26 nel palazzo presidenziale di Cartagine. Le seconde elezioni libere dal 2011, la fine del regime autoritario di Ben Ali tra speranza a sfiducia, narrano i cronisti sul campo. Le attenzioni ai dibattiti televisivi tra i candidati, ad esempio, «assieme sfiducia crescente, a tratti di assoluta arrendevolezza, nei confronti di una classe politica considerata corrotta e lontana dai bisogni della popolazione», denuncia Matteo Garavoglia sul Manifesto. Con forti tensioni sociali pronte anche ad esplodere, temono in molti.

Prove di elezioni politiche

Dal 2014 il Paese è governato da una coalizione tra il partito di ispirazione islamica, e Nidaa Tounes, che sotto la guida dell’ex presidente ottuagenario Beji Caid Essebsi scomparso, aveva raccolto gran parte delle forze secolariste. Un compromesso basato sulla figura di Essebsi, difficilmente riproducibile da domani col neo presidente, e dal 6 ottobre col nuovo parlamento. Su 26 candidati, pochi i veri concorrenti. Un ex premier (Chahed); un ministro delle difesa (Zbidi), una donna (Abir Moussi). E il Berlusconi locale, Nabil Karoui, con tv, incriminazioni e assaggio di galera.

Tra laicismo-islamismo

Valutazione condivisa, che la partita si giocherà sulla sfida tra islamisti e laici, «incarnata da Ennahda da una parte e dall’altra la galassia di partiti che dal centro verso sinistra si sono trovati a correre», spiega Garavoglia. Sulla ‘scommessa Tunisia’, anche i dubbi di Alberto Negri: «L’interrogativo, al di là dell’esito del voto di oggi e delle legislative del 6 ottobre, è se la Tunisia sia davvero un Paese stabile come si ama dipingerlo in contrapposizione con il caos della Libia e le vicissitudini del Maghreb». Paese diviso tra una zona costiera ricca e sviluppata e un entroterra in gravi condizioni economiche. Squilibri e tentazioni verso uno ‘Stato forte’.

Dopo il ‘dispotismo paterno’ cosa?

Dal «dispotismo paterno» a una fragile stabilità, Paese alle elezioni con il peso del mancato miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, dell’estremismo islamista e di partiti frammentati. «I tunisini chiedono servizi che funzionino come ospedali, strade e istruzione pubblica», spiega Garavoglia, ma così non è. L’economia soffre, pagando ancora oggi il crollo del turismo, la vera industria del Paese, dopo la stagione degli attentati nel 2015. Economia legata molto agli investimenti esteri (quasi un miliardo di dollari l’anno), inflazione al 4,8% e disoccupazione stabile al 15,5%. Mentre il sistema politico amministrativo è avvelenato dalla corruzione.

Verso un voto antisistema

Si va verso un voto ‘anti-sistema’, dicono i sondaggi, ma cosa vuol dire concretamente? Nel 2011 dopo la fuga di Ben Ali, fu scelta e sfida tra la rottura e continuità col passato. Una fase drammatica, ricorda Alberto Negri, «quando nel 2013 all’università della Manouba vedevo sventolare la bandiera di al Qaeda e Ansar al Sharia», e nel 2015 gli attacchi Isis al Museo del Bardo e a Sousse. Nel 2014, gli schieramenti erano divisi tra islam politico e società civile. Infine, la versione tunisina del ‘governo di unità nazionale’, con islamisti e laici, tutti moderatamente assieme, ma il Paese non ‘tira’. «Le speranze della Rivoluzione dei Gelsomini, nonostante la Costituzione più avanzata del modo arabo e il Nobel alla società civile, sono assai sfiorite».

Un po’ di democrazia ma quasi fame

Inflazione record e il dinaro sempre più svalutato. 30-40% dei giovani senza lavoro o stipendi da fame. «150 euro al mese persino nelle decantate fabbriche della delocalizzazione italiana o francese». Ma avverte Negri. «La battaglia contro l’estremismo e tutt’altro che finita: tutti sanno delle migliaia di giovani tunisini arruolati nell’Isis. Il 70% è stato addestrato in Libia e il contrabbando di merci, armi ed esseri umani, la fa da padrone. Come un tempo, solo che il controllo è sempre più in mano a organizzazioni legate ai libici e alla formazioni radicali. Una cifra la dice lunga: si calcolava qualche anno fa che il 40% del Pil tunisino venisse dal commercio informale con la Libia, ovvero dal contrabbando».

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