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mercoledì 16 Ottobre 2019

Signora libertà, signorina anarchia

Una dedica al poeta dell’anarchia e della dolcezza, Fabrizio De Andrè. Emozionante ripercorrere la nostra vita schierata nell’azione e dalla parte degli ultimi, degli sfruttati, leggendo “Che non ci sono poteri buoni”.

Abbiamo imparato ad affinare lo sguardo, a guardare senza giudicare, a credere nella dolcezza della libertà, nelle scelte impossibili, nella lotta senza preoccuparsi del successo finale, nella ribellione, nella giustizia sociale come spirito di umanità. L’abbiamo fatto negli anni della giovinezza, alla ricerca di poesia e bellezza, di un senso. Mentre tutto intorno la realtà sfrecciava, decadente autoritaria, abbiamo amato i versi di Fabrizio De Andrè, l’abbiamo suonato e risuonato fino a farlo diventare parte di noi, ci siamo lasciati rapire dalla visione anarchica e delicata delle sue parole. Scrivendo e sognando. 

Dalla parte degli ultimi. Degli sfruttati, dei visionari, dei suonatori senza futuro. Senza alcun giudizio morale, con un senso di amore verso il prossimo che ha lasciato un solco in ognuno di noi. Dentro quel solco è stato necessario fare del pensiero un’azione, mettere in campo le idee, scegliere a ogni bivio del diavolo. Da una parte il buon senso, dall’altra ciò che è giusto e necessario. Il buon senso di chi crede nelle verità della televisione, così diabolico nel travestire la sconfitta, la resa, l’indifferenza, il successo, la carriera, la famiglia a discapito di tutto, della vita.

Quante volte al bivio abbiamo scelto o abbiamo lasciato che la scelta fosse come l’onda e portasse via tutto quello che avremmo voluto fare o dire.  Talvolta ci siamo persi. Abbiamo lasciato che la maturità, come fosse un codice necessario, decidesse per noi; che arte e scrittura fossero legate all’idea del profitto, del successo personale e niente di più. Altre volte ci siamo ritrovati. Spaesati e dubbiosi. Quindi vivi.

…che non ci sono poteri buoni. Bellissimo il titolo di questo libro che ha come sottotitolo: il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De Andrè. Bellissimo anche il libro, edito da A Rivista Anarchica, curato da Paolo Finzi, lo storico direttore e amico di Faber.  Duecento pagine di interviste, testimonianze, di storie belle, appunti di De Andrè scritti a mano sul margine di un libro sull’anarchia. Le foto delle cene di sottoscrizione per la stampa anarchica, la chiarezza degli intenti. Niente che possa servire a costruire il mito, tutto quello che occorre a ognuno di noi per non dimenticare.

Il libro racconta da un altro punto di vista la nostra gioventù ribelle. Lo fa rendendoci fieri di quello che abbiamo vissuto, sognato, sperato. Volevamo la libertà e avevamo bisogno che fosse chiaro. Questo libro ci restituisce qualcosa di quel tempo. Un’atmosfera, una dolcezza. L’anarchia che nelle nostre famiglie era linguaggio comune.  Ci fa capire che, nonostante tutto, ogni cosa fatta con amore, tenacia, studio, pensiero, ha avuto importanza. Anzi importanza decisiva per dare la misura di quello che siamo come esseri umani.


Questo libro meraviglioso, racconta l’anarchia del poeta. La sua coerenza, lo schierarsi con gli ultimi sempre. Ci fa sfogliare pagine indimenticabili, che sono anche le pagine di amicizia tra Fabrizio e Dori Ghezi con Paolo Finzi. E restituisce. Restituisce il desiderio di ascoltare, leggere, di essere nella vita non come passanti distratti, illuminati a vista dello schermo del telefonino. Virtuali in ogni azione, nella lotta, nell’interesse per gli altri.

Va letto questo libro. Per ricordarci che la realtà va guardata attraverso, va spiazzata con dolcezza e senso critico. Danzando. (E poi De Andrè nei concerti aveva spesso in tasca A Rivista Anarchica ripiegata in modo che si vedesse la A. Ricordate?)

Ps
Il titolo è una citazione anarchica di Faber. Ascoltate questa versione di Se ti tagliassero a pezzetti.
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