Privacy Policy
domenica 22 Settembre 2019

Polonia: parlamento sospeso, democrazia incerta e sospetti

Verso le elezioni del 13 ottobre, a Parlamento chiuso. Perché? Lo ha imposto la destra populista al governo. Opposizione: «Il PiS che non è sicuro di un risultato positivo sta lavorando a qualche provvedimento che non riuscirebbe a far approvare in condizioni normali»

Parlamento sospeso e legittimo sospetto

Varsavia – (Agenzia Nova) – Nella serata di ieri è stata sospesa l’ultima sessione della Sejm (camera bassa del parlamento polacco), fino a dopo il 13 ottobre, data delle prossime elezioni parlamentari. La presidente del Sejm, Elzbieta Witek, ha giustificato la decisione con il fatto che le sedute collidono con gli impegni della campagna elettorale. […]
Il Parlamento riapre solo per salutare i nuovi eletti
Il vicepresidente del Sejm Stanislaw Tyszka la ritiene “una situazione senza precedenti”, giacché è stato disposto di riprenderla paradossalmente il 15 e 16 ottobre, ossia dopo il voto che deciderà la composizione di una nuova legislatura del Sejm.

La destra populista di Kaczynski

Una scelta controversa che ha fatto insorgere l’opposizione. Indubbio che la mossa della formazione fondata dai fratelli Kaczynski sia il frutto di calcoli politici. «Non c’è nessuna spiegazione valida che possa giustificare il rinvio delle sedute parlamentari a dopo le elezioni. Così come non ce n’è nessuna che possa spiegare quale complotto si voglia coprire prendendo tale decisione», ha commentato con un tweet lo storico e giornalista Konrad Piasecki. Prepotenza nella certezza di vincere o paura di perdere la tornata elettorale, il dubbio di Giuseppe Sedia sul Manifesto. La Polonia «paese del benessere» promessa da Jarosław Kaczynski con alcuni ‘formalismi’ in meno, o la Polonia della democrazia e della tutela dei diritti, oltre al benessere.

Ma la reazione se è ricca vince

I sondaggi lasciano prevedere una vittoria del partito di governo grazie sopratutto all’economia che cresce a un sorprendente 4,5 l´anno. Utile ricordare anche che la Polonia è il maggiore paese dell’Europa orientale membro di Unione europea e della Nato. Più popolazione, economia più solida, e posizione geopolitica strategica sulla frontiera russa del Baltico. Tra l´altro -ricorda Tarquini su Repubblica- è appena divenuta il primo Stato ex occupato dall’Urss ad avere l´OK di Washington alla fornitura di 32 cacciabombardieri invisibili F-35. Che è concessione più utile a chi fornisce che a chi comunque dovrà prima o poi pagare, in qualche forma. Del resto Varsavia aveva ufficialmente chiesto agli Stati Uniti di avere una loro base militare in casa. Mosca ovviamente non gradisce.

Il paese deferito alla Corte europea

Esattamente un anno fa la Commissione europea aveva deciso di deferire la Polonia alla Corte di giustizia europea sul controverso pacchetto di riforme giudiziarie promosso da Varsavia che, secondo i commissari, mette a repentaglio lo stato di diritto nel paese. Eppure fino al 2015 il paese sembrava il più europeista del continente. La generosità dei fondi comunitari aveva garantito una crescita economica e un livello di benessere altrimenti impossibile. I polacchi sembravano ben consapevoli che senza l’UE la situazione sarebbe stata peggiore. Nel periodo 2007-2013, il paese ricevette finanziamenti per 80 miliardi di euro, annota Matteo Zola su eastjournal. Alla guida del paese c’era Piattaforma Civica, partito di centrodestra guidato da Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo uscente. La fedeltà ai valori europei sembrava impossibile da scalfire.

Populismo bigotto alla polacca

Ma le elezioni del novembre 2015, con la vittoria di Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczynski , rovesciano in quadro politico interno e di rapporti con l’Europa. Smantellare lo stato di diritto, in silenzio. La legge di riforma del funzionamento della corte costituzionale, varata il 22 luglio 2016, rappresentò -valutazione Ue- il punto di non ritorno per la democrazia polacca. La legge sanciva la fine della separazione dei poteri legislativo ed esecutivo in Polonia, portando la Corte stessa sotto il controllo del governo. Non solo, secondo la nuova norma il ministro della Giustizia acquisiva il diritto di licenziare e nominare i presidenti dei tribunali – conferendogli un’indebita influenza sui procedimenti giudiziari – e scegliere parte dei membri del consiglio nazionale della magistratura, organo di autogoverno dei giudici.

AVEVAMO DETTO

Potrebbe piacerti anche