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venerdì 6 Dicembre 2019

Sussidiario Scolastico Sconsigliato: ‘cos’è una guerra’

Che differenza passa fra un qualsiasi episodio di violenza, per esempio l’assalto di predoni ad un villaggio, e una “guerra” a pieno titolo? In ambedue i casi c’è l’uso della forza, delle armi. Ci sono morti, feriti e distruzioni. Le Guerre Ufficiali e quelle che non hanno diritto al titolo realizzano sempre lo stesso prodotto. […]

Che differenza passa fra un qualsiasi episodio di violenza, per esempio l’assalto di predoni ad un villaggio, e una “guerra” a pieno titolo? In ambedue i casi c’è l’uso della forza, delle armi. Ci sono morti, feriti e distruzioni. Le Guerre Ufficiali e quelle che non hanno diritto al titolo realizzano sempre lo stesso prodotto. Primo Teorema: “In ogni guerra, puoi cambiare i fattori che la esprimono (le armi, gli eserciti, le ragioni e i torti), ma il prodotto finale non cambia (morte e distruzioni)”.

A fare la differenza non è neppure il numero della gente che si batte e si ammazza. Dall’antichità sappiamo di guerre combattute da piccolissimi eserciti o affidate alla sfida di pochi “campioni” (Orazi e Curiazi ai tempi degli antichi romani, i tornei medioevali, la disfida di Barletta), e sappiamo anche d’assalti di predoni e banditi con migliaia di protagonisti. La differenza fra una Guerra Ufficiale e la violenza di bande armate non è dunque legata alle dimensioni e ai numeri.

Saranno le ragioni dell’uso della forza a fare la differenza? Il predone cerca il bottino, mentre gli eserciti cosa cercano? Le legioni romane e prima di loro gli eserciti greci o quelli persiani o egiziani o ittiti, imponevano ai popoli vinti la loro lingua e le loro regole in cambio di territori, d’oro, di schiavi. Oggi potremmo parlare di petrolio. In fondo la guerra assomiglia molto ad un atto di preda, in grande stile. Il trucco è nell’uso delle parole e del racconto. “La comunicazione”, si dice oggi.

Immaginiamo i progenitori delle caverne che le guerre le combattevano a colpi di clava. Una tribù vinceva e otteneva il controllo della migliore zona di caccia, ma era il racconto della sua potenza a tenere lontane altre tribù dai territori e valeva altre guerre che altrimenti avrebbero dovuto combattere. Il racconto di caverna in caverna, ha creato prima le leggende e poi, con la scrittura, ha fatto la storia. Attorno al racconto delle guerre vincenti si sono formati i regni e gli imperi.

La guerra senza comunicazione, insomma, è violenza selvaggia e poco produttiva. Lo avevano capito talmente bene i nostri antenati da tramandarci attraverso i millenni praticamente soltanto storie di guerre e di conquiste. Omero è forse il più studiato reporter di guerra al mondo. Narratore da redazione, ovviamente. Cronista di quelli che mettono in bella scrittura e in esametri sapienti le guerre combattute e vissute da altri. Cantore d’eccellenza al servizio del principe e del vincitore.

Omero ci propone come eroi una serie di generali fannulloni e predoni, che trascorrono il loro tempo rubando bestiame e fanciulle altrui, di campioni stizzosi e isterici come Achille, di arroganti come Agamennone, di sciocchi come Menelao, o di personaggi astuti e truffaldini come Ulisse, che spaccia il suo Cavallo per un grande affare con cui riuscirà a turlupinare i troiani e a privarli dei loro possedimenti e della vita. Una guerra il cui racconto esalta il mito della potenza dominante.

La storia antica del mondo è storia di guerre scritte da cronisti compiacenti al servizio di qualcuno o di qualche causa. Così ha continuato ad essere per millenni. Giulio Cesare le sue guerre, prima le faceva e poi ce le raccontava a suo piacimento e gloria. In tempi più vicini abbiamo avuto i combattenti-letterati, generali più abili con la penna d’oca che con la spada, o ardenti patrioti probabilmente riformati alla leva, che impugnando la penna come fosse una sciabola, menavano colpi d’ideale raccontando a loro volta sovente frottole.

Nei racconti dei generali-letterati e dei letterati-patrioti, fateci caso, il campo di battaglia è sempre “pervaso da luce premonitrice”, c’è sempre il vento a far “garrire le bandiere”, e un raggio di sole che fa “baluginare le sciabole”, mentre le urla che si diffondono sono sempre gridi di battaglia e mai di paura, le ultime parole dei moribondi sono sempre rivolte alla Patria o alla Mamma, o sono una preghiera al Dio debitamente arruolato in quell’esercito. Mai una maledizione o una bestemmia.

Sulle montagne del Kurdistan irakeno o sui picchi himalaiani afgani, nel gelo della Sarajevo assediata, nei villaggi martoriati della Bosnia, nel Kosovo della vendetta etnica incrociata, nella permanente tragedia palestinese tra diverse Intifada e il Libano, io ho trovato sempre fango o polvere, un clima spesso di merda, soldati ubriachi per darsi coraggio, tante imprecazioni e un mare di paura. Manco una bandiera che non fosse fradicia, lacera o afflosciata, mai un atto epico su cui poter costruire la leggenda.

Ma certamente io non sono Omero.

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