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domenica 22 Settembre 2019

Ci fu l’Impero planetario Britannico, poi fu Europa, ora, l’isoletta di BoJo

L’Impero britannico fu il più vasto nella storia con territori in tutti i continenti. L’impero durò dal 1607 al 1997. Nel periodo di massima espansione, nel 1920, l’impero dominava circa un quinto della popolazione mondiale dell’epoca. Dopo la seconda guerra mondiale, la fine del colonialismo e dell’Impero.
Negli anni Settanta fu proprio lo storico inglese Norman Dixon a spiegare che dietro molti disastri militari ‘imperiali’, dalla Crimea a Singapore compresa, esistevano arroganza, sottovalutazione del nemico, incapacità di apprendere dall’esperienza. E sembra quasi attualità politica.

Vittorie e sconfitte in due guerre mondiali

Alla fine della Seconda Guerra mondiale l’impero britannico rappresentava una delle maggiori potenze vincitrici, ma in breve quello stesso impero – difeso con grandi sacrifici e risorse enormi – si sgretolò. Da una parte le colonie o i dominions aspiravano all’indipendenza piena e dall’altra il possente impero era allo stremo: non potendo affrontare nuove guerre coloniali, la scelta obbligata fu la concessione di singole indipendenze in tempi rapidi. In verità la fine dell’impero era stata un processo lungo, paradossalmente iniziato poco prima della sua massima espansione del 1921 perché già dalla Prima Guerra mondiale l’impero era uscito integro, ma in pessime condizioni. Le scelte che portarono al tracollo iniziarono grossomodo tra il 1925 e la Grande Crisi del 1929. Il momento appariva favorevole alla politica di espansione inglese: la Germania era stata sconfitta, l’America era diventata isolazionista, la Francia difendeva le proprie colonie disinteressandosi di quelle altrui, e l’Italia di Mussolini non impensieriva. La scelta allora fu di mantenere la convertibilità in oro della sterlina per controllare l’economia mondiale, ma si risolse in un mezzo disastro: deflazione, contrazione dei consumi e precarietà economica, nonostante proprio un inglese come Keynes avesse ammonito sui pericoli derivanti da questa politica.

L’Estremo Oriente

Fino allo scoppio della Seconda Guerra mondiale la politica dell’impero incuteva comunque rispetto, soprattutto in Asia. Non si trattava solo dell’India, perla dell’impero, ma anche delle altre colonie, da Hong Kong a Singapore, occupate quasi un secolo prima. Come era accaduto in Europa, dove la diplomazia non aveva fermato Hitler (ma sottoscritto invece il patto di Monaco), anche in Oriente, di fronte all’invasione giapponese della Cina, la reazione era stata piuttosto blanda. La perdita di credibilità più grave avvenne nel dicembre 1941, quando i giapponesi occuparono Singapore, piazzaforte ritenuta inespugnabile.

Negli anni Settanta fu proprio uno storico inglese a spiegare che dietro molti disastri militari ‘imperiali’, dalla Crimea a Singapore compresa, esistevano arroganza, sottovalutazione del nemico, incapacità di apprendere dall’esperienza, avversione al nuovo soprattutto in campo tecnologico (Dixon, Psicologia dell’incompetenza militare). E non stupisce affatto che Dixon, dopo aver sollevato quarant’anni fa un mare di polemiche, sia oggi uno degli autori più citati per criticare l’atteggiamento di una parte della classe dirigente favorevole a Brexit molto simile appunto a quello di tanti generali britannici.

La crisi di Suez pietra tombale

Nel 1956 si consumò infine un altro marchiano errore che portò ad una pubblica umiliazione, sia per gli esiti militari dell’operazione, sia per le conseguenze politiche ed economiche che ne scaturirono. Mentre infatti si concludeva tragicamente la rivolta ungherese, Francia e Inghilterra, cullando ancora velleità coloniali, decisero di intervenire militarmente per riappropriarsi del canale ‘nazionalizzato’ dall’egiziano Nasser. Non solo le Nazioni Unite condannarono l’azione, ma di fatto intervennero direttamente sulla scena Stati Uniti ed Unione Sovietica per impedire l’estensione del conflitto, dato che si stava manifestando in tutto il mondo arabo una compattezza contro l’Occidente mai vista prima. Anche in questo caso la Gran Bretagna risultò essere il paese più colpito (e il più fragile) perché, sottoposta ad un embargo petrolifero da parte degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, si trovò costretta a ricorrere alle scorte, subendo lo smacco perfino di un rifiuto tedesco ed italiano ad effettuare forniture. Il peggio però doveva ancora venire perché furono bloccate le concessioni di crediti alla Gran Bretagna da parte del Fondo Monetario Internazionale e la sterlina crollò di fronte alla minaccia di vendere i fondi obbligazionari inglesi controllati dagli Stati Uniti.

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