• 28 Febbraio 2020

Pasticcio di Costituzione all’inglese con coinvolgimento di Regina

Elisabetta in campo, finale di Regno

Dunque il premier britannico Boris Johnson ha tirato nella battaglia parlamentare sulla Brexit la Regina Elisabetta spingendola (come e quanto da chiarire) a tenere il suo discorso di apertura al Parlamento il prossimo 14 ottobre, soltanto due settimane prima dell’Uscita del Regno Unito (accordo si, accordo no) dall’Unione europea.

Sospensione del Parlamento

La sospensione del Parlamento ha diversi precedenti, ma la richiesta di Boris Johnson è una mossa destabilizzante, una forzatura nei confronti del Parlamento in un momento cruciale per la storia della Gran Bretagna. Gli storici ricordano e ammoniscono. Carlo I, nel 1649 aveva congelato il Parlamento perché aveva detto no al finanziamento della campagna militare contro la Spagna. Lui fu poi decapitato. Oggi, a rischiare la testa non è certo l’anziana Elisabetta, ma lo spregiudicato Boris. Decapitazione politica, avendo scelto di fatto (salvo auspicabili ma improbabili smentite) l’addio all’Ue senza intesa.

BoJo senza maggioranza fa il furbo

Westminster contraria a un divorzio da Bruxelles senza intese. E possono impedirlo attraverso una legge da imporre ad un debole Johnson il cui governo può contare solo su un voto di maggioranza. Ed ecco il colpo di mano di BoJo. Il Parlamento chiuso per 23 giorni lavorativi, senza la possibilità di approvare leggi (quella per congiurare il no deal in primis) né di sfiduciare il governo. L’impasse durerà fino al 14 ottobre, quando, cioè, mancheranno solo due settimane al 31 ottobre. La data in cui -senza un nuovo provvedimento di legge – scatterà il divorzio tra Londra e Bruxelles senza intese.

Brexit da destra rampante

Secondo il Guardian, il vero intento di Johnson è arrivare di corsa alla Brexit, per far bandiera dei ‘brexiters di ogni partito’, assumerne la leadership, e andare a nuove elezioni. Conservatori dati elettoralmente allo sbando, che Johnson vuole rilanciare dalla riscossa populista contro qualcosa. «Un disegno antiparlamentare e reazionario, in cui la mordacchia all’assemblea elettiva è un piccolo prezzo da pagare», commenta il Guardian. Con rischio probabile che finisce come per Cameron col referendum Brexit che credeva di usare per sua utilità partitica e che stra cambiando invece il volto dell’Europa. Battaglia politica quindi, senza esclusione di colpi, al punto da coinvolgere la casa regnante.

God save the Queen

Reazione indignate dell’opposizione e di moltissimi cittadini. Oltre il milione in poche ore, le firme a sostegno della petizione indirizzata al Parlamento per bloccarne la sospensione. I rappresentanti delle istituzioni alzano la voce, tanti, compresi vecchi leaders conservatori come John Major e Michael Heseltine, (rispettivamente ex premier ed ex vice-premier) e lo stesso Speaker della camera dei Comuni John Bercow. Il leader dell’opposizione, Jeremy Corbyn, «inorridito dalla sconsideratezza del governo Johnson» e ha chiesto un incontro alla regina , invocando poi nuove elezioni. Rabbia anche dai primi ministri di Galles e Scozia, da molti parlamentari e da un gruppo di 25 vescovi della chiesta d’Inghilterra.

Regno Unito quanto e per quanto

«Crepaccio costituzionale fra governo e parlamento» lo definisce Leonardo Clausi sul Manifesto, che parte dell’appartenenza o meno all’Ue, ma con pericolose conseguenze a cascata sulla tenuta dello stesso Regno Unito rispetto al sempre più incerto e critico legame con Galles, Scozia e Irlanda del Nord. «È oltraggioso», ha reagito la leader scozzese Nicola Sturgeon, «questa non è democrazia, è dittatura», che ora chiede un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia. Il No alla separazione dal Regno Unito aveva vinto con il 55% dei voti nel referendum del 2014, ma secondo valutazioni diffuse, il desiderio di indipendenza da Londra sarà immensamente rafforzato da un «no deal» di rottura con l’Europa.

Brexit infiamma gli indipendentisti

Boris Johnson fa proprio oggi la sua prima visita in Scozia da primo ministro, e non sarà un incontro facile. ‘Il politico meno popolare in assoluto’ da quelle parti (sondaggi), simbolo del nazionalismo inglese e -memoria scozzese più forte della leggendaria parsimonia- per quando il giornalista BoJo aveva definito gli scozzesi «parassiti». Problemi in casa Tory. Ruth Davidson, leader del partito conservatore in Scozia, è fortemente contraria a un «no deal» e i conti nazionale per il Regno, oltre che elettorali, potrebbero essere terribilmente pesanti da pagare. Quai quanto i 39 miliardi di sterline dovuti dal Regno Unito alla Ue, il cosiddetto ‘Brexit bill’, ‘fattura di divorzio’ concordata da Londra e Bruxelles per l’addio del Regno Unito dal perimetro comunitario.

AVEVAMO DETTO

rem

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