Prova di forza militare ma anche di strapotere politico, che non rassicura neppure amici ed alleati. Netanyahu mai come adesso possibile perdente elettorale in casa, pronto a tutto, anche ad un guerra patriottica contro mezzo mondo per richiamare consensi e voti. Per il momento, assaggi, ma sull’orlo vero del baratro guerra. «La prova di forza e di capacità strategica offerta da Israele negli ultimi giorni potrebbe essere solo l’inizio di qualcosa di più grosso e pericoloso per il Medio oriente», scrive preoccupato dal Medio Oriente Michele Giorgio, Nena News.

«Ieri, contemporaneamente alle proteste di leader di Stato e di governo e di organizzazioni militanti riconducibili all’Iran per i bombardamenti che l’aviazione israeliana ha compiuto in Siria, Iraq, Libano, e nella Striscia di Gaza, Benyamin Netanyahu ha convocato il leader dell’opposizione ed ex capo di stato maggiore, Benny Gantz, e attraverso i suoi consiglieri lo ha informato sulla situazione. Un segnale inequivocabile. I primi ministri di solito informano il capo dell’opposizione su questioni di sicurezza nazionale in caso di una guerra imminente o molto probabile».
Per fortuna (sperando abbiano ragione loro), i più attenti analisti ridimensionano il rischio di un conflitto diretto tra Israele e Iran. Guerre ‘di sbieco’, per ora, contro gli amici dei nemici. E poi la spregiudicatezza di Netanyahu in bilico tra premiership e galera (accuse di corruzione pendenti). «A tre settimane dal voto, vuole apparire agli occhi degli elettori come ‘Mr. Sicurezza’, colui «che le suona ad arabi, palestinesi e iraniani». Quadro molto pericoloso, visto che ormai la sfida è diventata esplicita verso Teheran, resa più arrabbiata da un possibile accordo con gli Usa.
Israele, come di rado accade, ha rivendicato il raid, attacco difensivo per prevenire un «attacco imminente» dell’Iran con droni contro il nord della Galilea. Con l’evventimento che è quasi dichiarazione di guerra. «L’Iran non ha alcuna immunità. Le nostre forze operano in ogni settore». Israele superpotenza militare, ed ora noto, ma questa volta forse ha esagerato. Siria, Libano e Gaza, bersagli drammaticamente usuali. Meno politicamente vendibile agli alleati armieri statunitensi gli attacchi in Iraq che mettono a rischio la già precaria presenza Usa in quel Paese.
Riepilogo obiettivi. In Libano, i due droni israeliani caduti in circostanze poco chiare, erano diretti a sud di Beirut, la roccaforte di Hezbollah. Nelle ore successive, aerei o forse ancora droni, hanno colpito nella Valle della Bekaa, una caserma del Fronte popolare, partito palestinese vicino alla Siria. Quindi l’attacco in Iraq, a qualche chilometro dal valico di Qaim con la Siria, contro la Brigata 45. Infine è stata colpita Gaza, in risposta al lancio di tre razzi di cui Hamas nega la responsabilità. Peggio, a Gaza solo metà del carburante necessario.
Il presidente del Libano, il cristiano Michel Aoun, ha definito l’attacco israeliano «dichiarazione di guerra». Ma il rischio strategico politicamente più pericoloso è in Iraq. «Le conseguenze potrebbero travolgere il premier Abdul Mahdi impegnato a consolidare il suo fragile potere», avverte Michele Giorgio. «I raid israeliani umiliano l’Iraq, ne evidenziano la debole sovranità e rafforzano i critici di Abdul Mahdi che mantiene ottimi rapporti con gli Stati uniti alleati di Israele. In queste ore si levano più forti nuove e vecchie voci che chiedono l’uscita dei militari Usa dal paese».
Diverse ‘strane’ (e sospette) coincidenze per l’attacco esibizione israeliano. Mentre il francese Macron accoglieva Donald Trump e a Biarritz arrivava ‘a sorpresa’ il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif. Diffidenza israeliana per Macron, ma anche l’amicissimo Trump è troppo imprevedibile per fidarsi del tutto. Colpo di scena elettorale tipo riapertura del dialogo con Teheran, ad esempio. Elezione per elezione, Trump aiuta l’amico Bibi annunciando il piano di pace Usa (Accordo del Secolo) prima del voto in Israele il 17 settembre. Forse, se non sarà prima la guerra.