‘Un abbozzo di dialogo’ lo definisce Macron temendo i soliti colpi di testa del ‘fuori tutto’ Trump. Abbozzo di dialogo senza decisioni concrete, ma almeno si torna a ragionare di multilateralismo, dopo i nazionalismi sull’attuale orlo della catastrofe nella moltiplicazione di crisi e di guerre. Una accelerazione diplomatica sull’Iran, un «quasi accordo» per una tassazione sulle multinazionali del digitale, e una preoccupazione finalmente ammessa anche dagli Usa sulla deriva climatica e gli incendi in Amazzonia, una prospettiva per uscire dal braccio di ferro sul commercio internazionale nelle relazioni con la Cina. Nessuna decisione sull’eventuale ritorno della Russia.

Anche se il G7 ha oggettivamente perso peso, annota Anna Maria Merlo sul Manifesto. Un po’ per i leader protagonisti (oltre alle mattane di Trump, Merkel a fine corsa e la Brexit e l’Italia della crisi), ma anche per i conti in tasca. « I 7 “grandi” rappresentano ormai solo il 40-45% del pil mondiale, gli emergenti non accettano più da tempo i diktat del vecchio potere, mentre i cittadini chiedono con sempre maggiore determinazione dei conti ai leader sulle loro decisioni che non tengono conto degli interessi della maggioranza della popolazione, che puntualmente protesta». E qui tornano i numeri scandalo sulle diseguaglianze diffusi da Oxfam alle vigilia del vertice.
Nei Paesi del G7 nel 2018 il 10% possedeva oltre la metà della ricchezza nazionale. Ma, come temuto alla vigilia, il tema dei crescenti divari sociali a livello planetario, se è stato affropntate (mancano cronache), è rimasto confinato a formali dichiarazioni di intenti. Fotografia dell’attualità da far paura. Una società in cui pochi fanno significativi balzi in avanti, mentre molti arretrano. Comnseguenze, svilimento del patto sociale, intolleranza, disgregazione e instabilità politica, derive autoritarie. La crisi politica (e non soltanto) che stiamo attraversando in Italia qualcosa dovrebbe dirci.
Chi più ha, più prende. Dati 2017, in media nei Paesi del G7, la quota del reddito da lavoro del 20% dei lavoratori con le retribuzioni più basse arriva al 5%, mentre quella del 20% dei lavoratori con le retribuzioni più alte raggiunge il 45%. Un divario che sta continuando a crescere dal 2004, soprattutto in Gran Bretagna e Italia. Peggio di tutti comunque gli Stati Uniti, dove la metà più povera della popolazione, a giugno 2018 possedeva circa l’1% della ricchezza complessiva del Paese, mentre il ‘top-10%’, circa il 76% (piccoli Trump crescono). Segue il Giappone dove il 50% più povero possiede circa il 10% della ricchezza e il top-10% il 49%. Italia intermedia e non per virtù, a giugno dell’anno scorso la metà più povera di noi possedeva circa l’8% della ricchezza del Paese, mentre il 10% più abbiente, circa il 56%.
Sul mercato del lavoro ancora oggi le prime ad essere colpite dalle più gravi disparità sono le donne sia per le differenze salariali, che per mansioni svolte e tipologie di contratti applicati. Il 33% delle donne occupate ha un lavoro part-time, un dato che scende al 9% per gli uomini. Part-time spesso involontario, per assenza di sostegno alle famiglie. E una bassa ‘mobilità intergenerazionale’. Cosa vuol dire? Esempio: in Francia e Germania sono oggi necessarie sei generazioni – più di 150 anni – perché i figli delle famiglie più povere possano raggiungere il reddito medio nel loro paese. In Italia ‘bastano’ cinque generazioni. Due giovani italiani su tre tra i 18 e i 34 anni ritengono di non poter aspirare a condizioni di vita migliori dei propri genitori.