G7, sette Grandi diseguaglianze, il 10% ha metà della ricchezza

Iran, dazi, Amazzonia, G7 e diplomazia

‘Un abbozzo di dialogo’ lo definisce Macron temendo i soliti colpi di testa del ‘fuori tutto’ Trump. Abbozzo di dialogo senza decisioni concrete, ma almeno si torna a ragionare di multilateralismo, dopo i nazionalismi sull’attuale orlo della catastrofe nella moltiplicazione di crisi e di guerre. Una accelerazione diplomatica sull’Iran, un «quasi accordo» per una tassazione sulle multinazionali del digitale, e una preoccupazione finalmente ammessa anche dagli Usa sulla deriva climatica e gli incendi in Amazzonia, una prospettiva per uscire dal braccio di ferro sul commercio internazionale nelle relazioni con la Cina. Nessuna decisione sull’eventuale ritorno della Russia.

Sette Grandi smagriti e screditati

Anche se il G7 ha oggettivamente perso peso, annota Anna Maria Merlo sul Manifesto. Un po’ per i leader protagonisti (oltre alle mattane di Trump, Merkel a fine corsa e la Brexit e l’Italia della crisi), ma anche per i conti in tasca. « I 7 “grandi” rappresentano ormai solo il 40-45% del pil mondiale, gli emergenti non accettano più da tempo i diktat del vecchio potere, mentre i cittadini chiedono con sempre maggiore determinazione dei conti ai leader sulle loro decisioni che non tengono conto degli interessi della maggioranza della popolazione, che puntualmente protesta». E qui tornano i numeri scandalo sulle diseguaglianze diffusi da Oxfam alle vigilia del vertice.

Il 10 per cento prendi quasi tutto

Nei Paesi del G7 nel 2018 il 10% possedeva oltre la metà della ricchezza nazionale. Ma, come temuto alla vigilia, il tema dei crescenti divari sociali a livello planetario, se è stato affropntate (mancano cronache), è rimasto confinato a formali dichiarazioni di intenti. Fotografia dell’attualità da far paura. Una società in cui pochi fanno significativi balzi in avanti, mentre molti arretrano. Comnseguenze, svilimento del patto sociale, intolleranza, disgregazione e instabilità politica, derive autoritarie. La crisi politica (e non soltanto) che stiamo attraversando in Italia qualcosa dovrebbe dirci.

Tutti i numeri della vergogna

Chi più ha, più prende. Dati 2017, in media nei Paesi del G7, la quota del reddito da lavoro del 20% dei lavoratori con le retribuzioni più basse arriva al 5%, mentre quella del 20% dei lavoratori con le retribuzioni più alte raggiunge il 45%. Un divario che sta continuando a crescere dal 2004, soprattutto in Gran Bretagna e Italia. Peggio di tutti comunque gli Stati Uniti, dove la metà più povera della popolazione, a giugno 2018 possedeva circa l’1% della ricchezza complessiva del Paese, mentre il ‘top-10%’, circa il 76% (piccoli Trump crescono). Segue il Giappone dove il 50% più povero possiede circa il 10% della ricchezza e il top-10% il 49%. Italia intermedia e non per virtù, a giugno dell’anno scorso la metà più povera di noi possedeva circa l’8% della ricchezza del Paese, mentre il 10% più abbiente, circa il 56%.

Gap donna e giovani, i più puniti

Sul mercato del lavoro ancora oggi le prime ad essere colpite dalle più gravi disparità sono le donne sia per le differenze salariali, che per mansioni svolte e tipologie di contratti applicati. Il 33% delle donne occupate ha un lavoro part-time, un dato che scende al 9% per gli uomini. Part-time spesso involontario, per assenza di sostegno alle famiglie. E una bassa ‘mobilità intergenerazionale’. Cosa vuol dire? Esempio: in Francia e Germania sono oggi necessarie sei generazioni – più di 150 anni – perché i figli delle famiglie più povere possano raggiungere il reddito medio nel loro paese. In Italia ‘bastano’ cinque generazioni. Due giovani italiani su tre tra i 18 e i 34 anni ritengono di non poter aspirare a condizioni di vita migliori dei propri genitori.

AVEVAMO DETTO

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