• 27 Febbraio 2020

Commercio delle armi, trattato Onu: accordi, inganni e prese in giro

Promesse di pessimi soggetti

Buone intenzioni con retrogusto amaro della presa in giro. ‘Arms Trade Treaty’, un accordo Onu che vorrebbe regolamentare il commercio di armi convenzionali. Buone intenzioni dichiarate che costano poco, qualche firma a rendere operativo e vincolante un Trattato che nasce mentre gli Stati Uniti rompono quello con la Russia per le armi nucleari. Ma rimaniamo alla armi convenzionali, che sono attualmente quelle che ammazzano di più e ovunque. Appuntamento dei volonterosi dal 2015, sotto la spinta del Segretariato delle Nazioni Unite. Fare il punto sull’attuazione (o la non attuazione) dell’Accordo, dettagli giuridici da limare, e prendere atto della distanza tra il dire e il fare.

Tra il dire e il fare un mare di inganni

Primo problema, che denuncia Giovanni Pagani su Analisi Difesa, le difficoltà ad ottenere dai singoli Stati i dati per la valutazione del rischio che le predette armi possano essere utilizzate per commettere o agevolare gravi atti di violenza. Molto lettarario ma anche molto ipocrita il distingiuo giuridico di «Stato Parte importatore», e «Stati Parte di transito». Insomma, le vecchie ed eterne ‘tiangolazioni’ di qualcuno che si finge compratore in conto altrui. ‘End user’, destinatario finale, eccetere eccetera. Iòpocrisi statali di convenienza (la bombe cvostruite in Sardegna dalla ditta tedesca lanbciate sullo Yemen dall’Arabia Saudita. Porcherie di servizi segreti, e interessi miliardari. Oltre al caos di «legislazione, pratiche e politica nazionale dello Stato esportatore».

La coerenza non è più una virtù

A Ginevra, nello scrivere bene educato di Giovanni Pagano, scopriamo che stanno discutendo più o meno del sesso degli angeli. O a definire persino la terminologia. ‘Utilizzatore finale’ chi compra o chi usa o, ‘paradosso assurdo’ chi ad ersempio le bombe le riceve in testa? Ma anche sulla contabilità stessa delle armi vendute, come e a chi. Ogni Statu fa come vuole, più spesso a nascondere che a rendere chiaro, data la delicatezza politioco-monetaria dell’argomento. Ma almeno i numeeri di casa, nel sebnso cìdi chi c’è, sono più o meno chiari, anche qui tra più distinguo. 104 gli Stati che hanno ratificato, accettato e approvato il trattato. 33 gli Stati che hanno detto sì, ma non hannoancora ratificato. Buone intenzioni e basta. Ma più importante, i 57 Stati che non hanno ancora aderito al Trattato, sopratutto quelli che le armi più micidiali producono e vendono nel mondo.

Gli Stati Uniti non ci pensano proprio

Educativa la lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite dagli Stati Uniti.«In relazione al Trattato sul commercio di armi, messo a punto a New York il 2 aprile 2013, gli Stati Uniti non intendono aderirvi. Di conseguenza, gli Stati Uniti non hanno alcun obbligo legale derivante dalla sua firma il 25 settembre 2013.». Il documento poi prosegue con una ulteriore precisazione: «Gli Stati Uniti chiedono che la loro intenzione di non diventare parte, come espresso in questa lettera, debba riflettersi negli elenchi di stato del Depositario relativi a questo Trattato e in tutti gli altri media disponibili al pubblico. Il Trattato dovrebbe essere aggiornato per riflettere questa intenzione di non diventare Parte.».

Nessun limite a nessun tipo di armi

L’Unione europea ovviamente non gradisce. Tutti i 28 Stati membri in vigilia di Brexit, hanno aderito all’Att e «sono determinati nel perseguire i suoi obiettivi e la sua ratifica e attuazione universale”. L’Ue continuerà a chiedere a tutti gli Stati, e in particolare ai principali esportatori e importatori di armi, di aderire senza indugio all’Att». Aspetta e spera, eccetera eccetera. E sempre con frasi fatte, l’inferno pieno di buone intenzioni. Malignità da Mosca: «All’inizio di aprile Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti, la Russia e la Cina dovrebbero smettere di investire in armi e investire invece nella pace a lungo termine». Pro memoria per distratti a fine favola, la spesa mondiale militare -stime SIPRI- è a 1,8 trilioni di dollari.

Chi più chi meno in armi

Spesa settore armamenti 2018, +2,6% rispetto al 2017. Confronto su un decennio, +5,4%. Una vera e propria corsa agli armamenti a livello globale. Campionato planetario di morte. Tre dei quindici maggiori paesi ‘campioni’ d’acquisto, hanno frenato per arsenali pieni, esempio Stati Uniti e Gran Bretegna, rispettivamente primo e settimo posto in classifica. L’Italia spende di meno (27,8 miliari di dollari, -14%) ma sale nella poco nobile classifica. Campioni in rincorsa d’armamenti, Cina (+83%) e Turchia (+65%). Spendaccioni anche Australia, Brasile, Canada, India, Arabia Sudita e Corea del Sud. La Russia esce dalla testa dei cinque campioni mondiali, (Top five), ma in compenso ci sale la Francia, campione europeo.

Remocontro

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